Le città verso le nuove frontiere della storia

 

«La nostra Costituzione – sosteneva La Pira – riconosce che esiste una comunità internazionale, la rispecchia nel suo ordinamento e ne fa uno dei pilastri della Carta costituzionale».

La Pira andava anche oltre, affrontando il tema della guerra e della pace: «Quando lo Stato è la incarnazione totale della sovranità, è inconcepibile una comunità internazionale se non in termini dialettici, cioè di guerra. La pace è un armistizio; la guerra è, invece, lo stato normale, vitale e salutare delle nazioni». A questa concezione “così inumana” La Pira contrappone ancora una volta una “visione metafisica”: «se voi vi riconducete alla visione pluralistica, avrete la comunità internazionale che precede lo Stato; se vi riconducete all’altra visione, avrete lo Stato assoluto il quale non è membro che provvisoriamente della comunità internazionale» . L’universalismo dei diritti, la dignità e l’uguaglianza di tutti gli esseri umani sono alla base dell’aspirazione generale a un ordine mondiale che – benché lontano dall’essere compiuto e realizzato – rappresenta l’unico traguardo possibile in alternativa al bellum omnium contra omnes che ha caratterizzato dalle epoche più remote i rapporti fra i popoli e gli Stati. La Pira ci ricorda che il compito di costruttori è per «credenti e non credenti», per «uomini di buona volontà»; che «l’azione, la costruzione, l’edificazione comunque esigono una certa comune, concreta “ideologia”, costituita dalla comunanza di traguardi che ispiri e finalizzi l’azione». E ancora: «costruire muri che dividono o ponti che, pur distinguendo, collegano? Questo è il problema del mondo».

Oggi abbiamo talvolta la sensazione che quelle vicende e quelle circostanze siano lontani, non solo nel tempo. Tanti progressi materiali e tecnologici sono intervenuti; il livello di benessere economico, nel nostro Paese, in Europa e nel mondo, è cresciuto. Si è chiusa, senza le grandi convulsioni che si potevano temere, l’esperienza del blocco sovietico.

Eppure sembra che l’umanità faccia oggi più fatica di ieri a mantenere fede ai grandi ideali maturati in quell’epoca.

A livello nazionale sembrano dominare spinte egoistiche e particolaristiche; il diverso è oggetto di diffidenza se non di terrore; il bisogno naturale di sicurezza si traduce troppo spesso in crescita delle paure e delle chiusure. In una società che sembra ripiegarsi su se stessa, una politica spesso parolaia ed esibizionista cerca il consenso coltivando egoismi e paure, e si alimenta non di elevati confronti sulle cose reali, ma di una rissosità quotidiana e volgare. Persino i delitti che la cronaca annuncia e descrive sono occasioni perché vecchi e nuovi avvoltoi si aggirino alla ricerca di nuove briciole di consenso attraverso la sollecitazione degli umori peggiori. Il senso della politica come impresa comune, fondata sulla ricerca di solidarietà e di soluzioni costruttive e condivise, sembra spesso smarrito.

A livello europeo, la costruzione avviata dai padri dell’Europa sembra vivere una fase di stanca, simboleggiata anche dal provvisorio fallimento del Trattato recante la Costituzione per l’Europa sottoscritto nel 2004.

A livello internazionale, la fine dell’era dell’equilibrio del terrore atomico, con il dissolvimento dell’ex blocco dell’Est, non ha segnato un progresso nel senso di una più piena attuazione della Carta dell’ONU, ma ha visto piuttosto la diffusione della violenza internazionale e il sorgere di nuove dottrine e prassi di guerra, nonché la negazione o l’affievolimento delle garanzie dei diritti fondamentali anche nella prassi di paesi che sono stati la culla dei diritti.

Quella civiltà cristiana, in nome della quale La Pira convocava a Firenze i rappresentanti delle nazioni del mondo, espressione di diverse religioni e in particolare di quelle del ceppo di Abramo, indicandola come fondamento della pace, è oggi piuttosto rivendicata come elemento di una identità che si assume messa in pericolo dall’Islam. Così che il fattore religioso, che alla fine del XX secolo sembrava avere definitivamente assunto il ruolo di elemento di unità e di collaborazione pacifica fra i popoli, si ripropone talvolta come fattore di contrapposizione e di guerra, in un quadro mondiale caratterizzato da lotta per le risorse economiche, da un’economia che sembra sfuggire largamente a ogni capacità di Governo nazionale e sopranazionale, dal rifiorire di dottrine dell’interesse nazionale, dal manifestarsi di vecchi e nuovi nazionalismi.

Sui “versanti apocalittici” di cui parlava La Pira nel suo appassionato commento all’enciclica Populorum progressio, �«�quello della pace e del progresso per tutti i popoli, e quello della fame e della guerra distruttrice del genere umano e dello stesso pianeta», se il «potenziale esplosivo» nucleare appare (per ora) meno incombente, gli altri tre potenziali esplosivi indicati da La Pira – quello della fame, quello demografico e quello della collera e del conflitto fra i popoli – sembrano quanto mai minacciosi.

Che ne è della predicazione – di cui La Pira si faceva eco e avanguardia – che al potenziale esplosivo della guerra e della distruzione contrapponeva quello della pace e dell’edificazione; al potenziale esplosivo della miseria e della fame contrapponeva «quello della liberazione dell’uomo e della società da tutte le servitù, da tutte le alienazioni che lo opprimono»; al potenziale della collera e del conflitto tra i popoli contrapponeva «quello della crescente unificazione, elevazione e trasformazione, a tutti i livelli, del mondo»?

Che ne è delle «nuove tecniche politiche» che La Pira indicava come strumenti per raggiungere questi traguardi: delle «nuove tecniche politiche destinate a integrare l’ONU, a estinguere i residui del nazionalismo, del colonialismo e del razzismo, e a fornire le Nazioni Unite della capacità giuridica e politica operativa per il raggiungimento e la programmazione – per così dire – del mondo?»

Che ne è degli «invitabili traguardi della stagione storica nuova del mondo» che La Pira additava, sulle orme dell’enciclica: «la pace e il disarmo, con la conversione delle spese di guerra in spese di pace; la liberazione di tutti i popoli dalla fame, dalla miseria, dalla disoccupazione, dall’ignoranza e dalle altre schiavitù sociali e politiche da cui essi sono oppressi mediante l’uso di nuove tecniche economiche, finanziarie, sociali e politiche di dimensioni mondiali?»

Se si rileggono oggi quelle pagine, e poi ci si guarda intorno, il senso di frustrazione e di scoraggiamento rischia di prevalere, e fa correre il pensiero al lamento di Geremia che grida alla “grande calamità”: «anche il profeta e il sacerdote – si aggirano per il paese – e non sanno che cosa fare; aspettavamo la pace, ma non c’è alcun bene, l’ora della salvezza ed ecco il terrore!».

Già La Pira, proprio alla fine di quello scritto, osservava: «in questi ultimi tempi [dopo l’assassinio di Kennedy] il moto dei popoli verso le frontiere nuove della storia si è, in certo senso, fermato», come Israele per quaranta anni nel deserto; «tentazioni gravissime di ritorno verso la schiavitù dell’Egitto – verso la guerra, la divisione, la schiavitù economica, ecc. – hanno attraversato e attraversano ancora, in modo pauroso, la storia del mondo». Parole ben adatte al nostro oggi.

Per questo abbiamo ancora bisogno di profeti, di quelli che, scriveva La Pira, «sono, in ultima analisi, i realisti veri». Abbiamo bisogno di speranze, non utopiche, ma profetiche.

Egli parlava in un mondo in cui ancora si fronteggiavano i due blocchi dell’Est e dell’Ovest. Ma questo messaggio è tanto più valido oggi, in cui l’incontro di culture diverse sembra assumere tanto spesso l’aspetto di scontro o i connotati di una reciproca rivendicazione di differenze.

Se non credessimo, se non crediamo, che gli ideali e la pratica dei diritti umani per tutti gli uomini e per tutti i popoli – quegli ideali iscritti solennemente nella Dichiarazione universale dell’ONU e nelle Convenzioni internazionali che vi danno attuazione – costituiscono davvero un patrimonio comune dell’umanità, un terreno comune al di là di tutte le differenze; se non crediamo questo, dunque, rischiamo un salto all’indietro nella storia. Abbiamo ancora bisogno di profeti come Giorgio La Pira.

                                                        Valerio  ONIDA