Non case ma città

 

 

Le città sono il luogo nel quale lo sviluppo armonico del nostro stare insieme trova una sua concretizzazione e in questo senso va la visione lapiriana che, dal punto di vista urbanistico e intellettuale, trova la sintesi perfetta nel discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione del quartiere dell’Isolotto, «non case, ma città». Quella visione armonica, concretamente realizzata dal nuovo insediamento abitativo, è sicuramente il punto di riferimento dal quale prendere le mosse. La Pira è un santo per chi crede e ha tutti i titoli perché anche il processo di beatificazione della Chiesa possa proseguire, ma da un punto di vista politico è particolarmente attuale non solo nella visione internazionale, sulla quale non tocca a noi esprimerci, ma proprio nell’idea che le città non sono un ammasso indistinto di pietre, così si esprime La Pira nel discorso dell’Isolotto, ma un’esperienza viva. È una cosa che va detta in particolar modo alle ragazze e ai ragazzi delle scuole e delle università. Qual è oggi il rischio più grosso del nostro essere comunità? È quello di non essere donne e uomini, ma di essere genericamente la gente; di non essere persone, ma di essere un ammasso indistinto di codici fiscali; di non essere un popolo, ma di essere degli spettatori, dei consumatori, degli utenti. In questo senso qual è il luogo nel quale una comunità può dire “io”, può riscoprire sé stessa se non la città?

Ecco che la visione del sindaco La Pira, soprattutto le intuizioni del La Pira della prima legislatura, sono particolarmente attuali. Certo, quelle esperienze oggi non sono ripetibili: non bisogna prendere la tazza di latte e portarla ai bambini nelle scuole, che fu poi una delle iniziative che portarono alla nascita della Centrale del Latte. Il punto fondamentale è che La Pira vede nelle scuole il luogo dell’integrazione, del coinvolgimento e della risposta ad alcuni bisogni primari che altrove non si riesce a soddisfare.

La tazza di latte e il progetto Centrale, quella che poi diventerà la Mukki, costituisce una risposta che non è semplicemente e genericamente amministrativa, ma è politica. Oggi nelle scuole dobbiamo riflettere su quali siano i valori e bisogni primari delle nostre comunità. Cominciando dall’integrazione. Credo che chi dice «io sono contro l’integrazione» commetta un errore tragico. Il contrario dell’integrazione non è l’identità, ma è la disintegrazione. L’identità è sempre elemento fondamentale perché ci sia l’integrazione. Non è vero, dunque, che esiste un binomio integrazione-identità, ma esiste un binomio integrazione-disintegrazione e abbiamo visto come in tutte le città europee proprio le comunità civiche siano il luogo nel quale si combattono queste battaglie.

Le rivolte nelle banlieux parigine di qualche anno fa, sono partite non dall’immigrazione di prima generazione, ma da quella di seconda o terza generazione, che non riusciva a trovare nelle scuole il luogo prioritario dell’incontro e del coinvolgimento. È evidente pertanto che oggi, per come noi viviamo, per quelle che sono le dinamiche istituzionali, non possono che essere le città il luogo dello sviluppo armonico della condivisione della comunità. Un mondo sempre più piatto e sempre più globale non cancella il ruolo delle amministrazioni civiche delle città, ma paradossalmente le esalta.

C’è bisogno di più Firenze oggi di quanto ve ne fosse nel 1951, intendendo per  “Firenze” non certo la nostra attività amministrativa, ma quei valori universali di bellezza e di “città sul monte”, di città perla del mondo che La Pira richiama in modo puntuale persino quando deve fare approvare in Consiglio comunale un provvedimento di ordinaria amministrazione. È la visione ideale, alta e nobile, che informa e dà fondamento alla scelta concreta. Oggi c’è bisogno di quell’ideale di spiritualità e di bellezza e commetteremmo un errore se riducessimo il messaggio profetico di La Pira soltanto all’indubitabile capacità che egli ha avuto di leggere la dimensione internazionale con uno sguardo straordinario.

La profezia di La Pira non è soltanto questo. Essa sta nella capacità di capire che le città sono l’avanguardia e in qualche modo la frontiera su cui si gioca il futuro. Oggi chiediamo sui social network l’amicizia a tutti, ma poi pratichiamo concretamente magari l’inimicizia con il vicino di pianerottolo e non riusciamo a vivere quella dimensione della relazione nella concretezza di ogni giorno. Questo dovrebbe farci riflettere. Ci dicevano che internet e i new media avrebbero devastato il bisogno e la capacità di relazione delle persone, dicevano che saremmo andati verso un individualismo sfrenato. Invece constatiamo uno sviluppo straordinario di quei social network e di quelle esperienze che in qualche modo cercano di creare comunità. Qualcosa su cui si può discutere, ma è indubbio che questa ricerca è evidente.

Eppure non c’è luogo più bello nel quale creare comunità che non la realtà viva, virtuosa. Non lo è la realtà virtuale, mentre la realtà virtuosa si vede nel praticare l ’amicizia e la relazione con le persone che ci stanno accanto. Firenze è in questo senso un punto di riferimento straordinario, perché al di là dei confini urbanistici, che sono profondamente modificati rispetto ai tempi di La Pira, ha tutte le caratteristiche per esprimere quel richiamo ai valori universali che consentono alle persone di essere donne e uomini e non semplicemente la gente, di essere cittadini e non consumatori. Qui sta la chiave di volta dello sviluppo armonico delle città per il prossimo futuro.

La Pira era un decisionista?

Riflettendo su aspetti della figura di La Pira si può dire che era un decisionista? Certo La Pira non utilizza il metodo della concertazione per ritirare il passaporto a un imprenditore che cerca di evitare di incontrare il sindaco perché vuole chiudere la sua fabbrica, il Pignone. La Pira non affronta ragionamenti di strenua condivisione sulla festa dell’Unità alle Cascine, che autorizzò scandalizzando i moderati. E si può accennare anche allo straordinario capolavoro giuridico che fu la requisizione degli immobili sfitti per dare un tetto agli sfrattati, pensato da quel fine giurista che era Gian Paolo Meucci e sulla base del quale va a forzare il diritto. In quella vicenda La Pira utilizza i principi costituzionali, che egli ben conosceva avendo concorso in misura determinante a scriverne il testo, con la sua formazione di giurista, di grande esperto di diritto romano, con norme che tutto erano tranne che norme costituzionali. Erano norme di fine Ottocento e di inizio Novecento, che prende come punto di riferimento per fare delle complesse costruzioni giuridiche e arrivare alla requisizione.

Non vedo La Pira come un livello istituzionale che prende le sue decisioni sulla base di complessi accordi. Certo, non era stato eletto direttamente e sappiamo bene che, in particolar modo nel ’57, viene mandato a casa. Di fatto Firenze dal ’57 al ’60 è retta dal commissario prefettizio perché non c’è l’accordo politico all’interno del Consiglio comunale di allora. La concretezza dell’azione amministrativa non era frutto di lunghe trattative con i soggetti categoriali o con i corpi intermedi, piuttosto La Pira aveva una visione di quella che oggi si potrebbe definire sussidiarietà, ma che con una parola più bella lui diceva essere la grande famiglia di Firenze. Le lettere di auguri che mandava per Natale erano ricche di riferimenti religiosi e teologici, cosa oggi impensabile, come tutto era teologia nel pensiero di La Pira che presupponeva un rapporto diretto tra lui e la grande famiglia di Firenze.

Ancora nel discorso dell’Isolotto dice «tenete le case e custodite i tabernacoli della Madonna». Non diceva «fate un’opera di antidegrado», oppure «proteggi un’opera artistica», perché alcuni tabernacoli sono particolarmente suggestivi sotto il profilo culturale. Per lui il custodire gelosamente i tabernacoli era figlio di una visione teologica e culturale della propria città. Credo che La Pira dovrebbe essere inserito nella categoria dei decisionisti, perché era uno di quelli che se hanno un problema non ci dormono la notte, come dice nel grande discorso ai giuristi cattolici, «io non ci dormo la notte pensando al numero dei disoccupati, pensando al numero degli sfrattati».

La Pira era uno che le cose le faceva davvero. E sicuramente era uno che stava alle regole della politica. Straordinario è il gesto di rinunciare al seggio parlamentare. Oggi probabilmente è più prestigioso fare il sindaco che non uno dei 630 peones del Parlamento, ma allora fare il sindaco significava mettersi nelle mani di 60 Consiglieri comunali che potevano dalla mattina alla sera mandarlo a casa.

La città nel processo di riforma istituzionale

Si racconta a Palazzo Vecchio che, ricevendo l’ambasciatrice americana nella sala di Clemente VII, La Pira le avrebbe mostrato il tavolo dicendo «questo tavolo era qui già da prima della scoperta dell’America, benvenuta nella Repubblica fiorentina». Non so se questa sia leggenda tra le tante che accompagnano i personaggi mitici e non so quanti anni abbia quel tavolo, ma non c’è dubbio che l’idea di Firenze capitale della Repubblica fiorentina, che ospita i convegni delle città capitali, per i quali riprese l’immagine del Concilio di Firenze che fa dialogare i popoli, è un’idea ricca di fascino. La Repubblica fiorentina ha tutto da guadagnare da un’idea federalista purché il federalismo sia una cosa seria. Perché il federalismo che noi stiamo conoscendo innanzitutto si espone a due rischi. Il primo, che La Pira non ha conosciuto come amministratore locale, ma che ha incontrato per una breve stagione come parlamentare, è il rischio del neocentralismo regionale. Il Comune continua a essere l’autorità principe nel rapporto con i cittadini oggi. Non c’è dubbio che La Pira allora aveva la Provincia come interlocutrice, ma senza particolari problemi. Non a caso il presidente della Provincia nel primo mandato di La Pira diventò quel Mario Fabiani che egli aveva sconfitto nella competizione elettorale. Se lo sconfitto diventa presidente della Provincia è naturale che esista una diversità di ranking fra le due istituzioni. Il neocentralismo regionale è la cosa che fa più male al federalismo e c’è una tragica responsabilità del centro sinistra nell’aver votato nel 2001 una riforma del titolo V in campagna elettorale, provocando un ingolfamento ulteriore della Corte Costituzionale, una mancanza di chiarezza su tante questioni. Si tratta di una responsabilità clamorosa da parte della nostra parte politica, nel volere approvare una riforma costituzionale con una risicata maggioranza che diventa un precedente pericolosissimo ed è la negazione di quei principi costituzionali per i quali le riforme costituzionali si devono fare insieme.

Quando tu inserisci l’elemento politico di coalizione dentro una dinamica costituzionale fai un errore che La Pira aveva dimostrato di sapere evitare nell’andare a trovare le giuste sintesi in sede di Assemblea costituente.

Comunque è un assurdo che oggi ci siano tutti questi livelli istituzionali. Le Regioni sono in alcune parti di Italia la cosa più antistorica che ci sia. Nessuno può mettere in discussione i Comuni. La Provincia è un’istituzione per molti aspetti di retaggio napoleonico che però si è strutturata nel corso degli anni. Se si inseriscono le Regioni prima in Costituzione e poi con l’attuazione del mandato costituzionale nel 1970 si sarebbe dovuto successivamente semplificare il quadro complessivo.

Inoltre è abbastanza illogico il livello istituzionale nel quale i cittadini vivono. Pensiamo al quartiere e anche lì si potrebbe discutere. Per esempio, ha senso che a Firenze ci siano cinque quartieri? Cinque quartieri diventano dei mini-Comuni ai quali devi dare funzioni amministrative reimpostando la macchina comunale. Se si vuole ricreare il quartiere vecchia maniera, allora bisogna rifondare i rioni: per Firenze sono 20. Dove è il problema? Che non devi dare il gettone. Questo è il punto vero: chiedi al rione San Niccolò di creare una sorta di comitato civico e vedrai che si riduce immediatamente anche il numero dei comitati civici perché rendi il rione il luogo dove si svolge la vita collettiva.

                                                                                    Matteo  RENZI