Missione e visione di un sindaco cattolico

 

 

C'è una fase della vita di La Pira che è meno conosciuta e meno studiata: il suo rapporto con Firenze nella tragedia dell'alluvione del 1966.

Per La Pira fu come una ferita al cuore di quella città che per lui rappresentava il centro propulsore della catarsi cristiana e umana, per la quale si era speso senza risparmio negli anni del sindacato e per la quale ora aveva intensificato ed esteso il suo impegno.

Gli storici hanno ampiamente ricostruito quell’evento sia nei suoi aspetti generali sia in riferimento a lui, tuttavia, nelle lettere che egli inviò a Paolo VI in quel drammatico frangente, si può cogliere con maggiore chiarezza la sua visione del rapporto tra Roma e Firenze nell’ottica dei rispettivi ruoli nella comune missione, e i contorni del suo personale progetto.

Erano trascorsi una decina di giorni dall’inondazione, quando egli ricorse al sostegno spirituale e concreto del papa, inviandogli,  secondo la sua particolare sensibilità, copia di una circolare della Conferenza di San Vincenzo per illustrargli le necessità dei poveri e di quanti si trovavano in stato di bisogno. Nella lettera si rifletteva sul senso del dramma della città «forse più significativa nella storia religiosa e civile non solo dell’Italia ma del mondo», dramma che in qualche modo a suo dire colpiva l’intera civiltà cristiana.

Il ricorso a tale forma classica di paradosso trovava il suo modello e la sua ragione nella consuetudine lapiriana di leggere i segni dei tempi con un metodo biblico che egli adotterà in tutta la successiva corrispondenza con papa Montini sul tema di Firenze sofferente.

Infatti per lui era applicabile alla città la «teologia di Gerusalemme» e, con interrogativo retorico, per quanto dolorosamente sofferto, si chiedeva se fosse destinata come l’antica alla morte o alla resurrezione, se meritasse il pianto di Geremia o la speranza e la ricostruzione di Esdra e di Neemia. E, scrivendo nuovamente a Paolo VI, tornava a considerare la voce di quei profeti come riferibile a Firenze-Gerusalemme e richiedente una riflessione sulla sua missione, anzi – e qui si intrecciava il binomio con Roma – su quella dell’Italia, richiamando «quanto disse Pio XII (maggio 1958) sulla missione dell’Italia» e i «messaggi che il Signore ha suscitato – per la pace nel mondo – inviando a Roma Giovanni XXIII, i padri conciliari, Paolo VI».

Sempre in una visione di teologia biblica della storia il 22 novembre giungeva a invitare con insistenza il papa a visitare Firenze colpita dal “diluvio”, a visitarla dopo l’imbrunire, come Neemia fece a Gerusalemme, per avere la sensazione fisica della “sommersione” dei quartieri entro le mura, quello di Santa Croce caro a Dante, delle chiese, delle strade, delle biblioteche.

Ma l’accorata richiesta, reiterata il 24 novembre, non era solo motivata dal desiderio di far conoscere le necessità, ma anche dall’interpretazione che La Pira dava di quella condizione di desolazione e di crocifissione come annuncio di necessaria resurrezione e di affidamento di nuovi straordinari compiti.

La Pira non risparmiava l’iperbole definendo Firenze «la città cristianamente più bella del mondo», «la casa più bella che il Signore si è costruito per abitare in mezzo agli uomini», immagine per quanto piena di ombra della «città di sopra» della celeste Gerusalemme, riprendendo arditamente nel rivolgersi al papa l’espressione di «seconda Gerusalemme» usata dal Savonarola e poi dai circoli religiosi e culturali del Cinquecento fiorentino. Spiegava ancora che la provvidenza divina aveva permesso quella ferita quasi mortale per suscitare presso tutti i popoli l’amore di Firenze, ossia l’amore dei valori supremi religiosi della civiltà cristiana, biblica, umana.

Venendo a visitare la città ancora profondamente segnata dall’alluvione, quasi in pellegrinaggio a Gerusalemme, il papa, a suo avviso, ne avrebbe tratto «pensieri apostolici di grande valore per la pace e la civiltà di tutti i popoli».

In tale prospettiva biblica La Pira non chiedeva una visita solenne, ufficiale, formale, bensì una visita senza clamore, quasi in segreto, affinché il papa potesse percepire più fortemente il valore che lui attribuiva alla città in ordine alla sua vocazione di civiltà nel mondo.

L’accostamento di Roma a Firenze suonava però con accenti diversi da quelli savonaroliani, riecheggiando se mai nel rispetto del primato di Pietro la peculiarità dell’apostolo Paolo, così caro al pontefice che ne portava il nome.

La città colpita dall’Arno assumeva contorni paolini di proiezione verso ogni parte del mondo e insieme di icona di ogni città o come La Pira la definiva «città comune del mondo».

Quando poi, l’11 dicembre, venne a sapere che il papa sarebbe realmente venuto a Firenze per una celebrazione natalizia, la sua gioia divenne incontenibile e, scrivendo il suo ringraziamento a Paolo VI, proruppe in una lettura dai toni profetici, in senso etimologico e teologico, di tale avvenimento straordinario utilizzando un brano della Lettera ai Romani di San Paolo (capp. 15, 4-9) letto nella seconda domenica di Avvento. Sempre nella Lettera, dopo aver detto che anche Dante aveva adottato un metodo teologico, riferendosi a Roma e a Firenze «figlia di Roma», si domandava retoricamente se vi fosse chiesa al mondo, salvo quella di Roma, confrontabile per qualità e numero di santi e di vita religiosa con quella di Firenze e se vi fosse civiltà che dal punto di vista dell’ispirazione cristiana e biblica paragonabile a quella fiorentina. A tal fine ricordava il primato della Divina Commedia, ma anche quello dei sommi pittori, scultori, architetti, sia per la loro perfezione artistica sia soprattutto per la loro ispirazione cristiana.

La visita del papa

Il papa si recò a Firenze il 24 dicembre, sostando prima in Santa Croce, dove fu salutato dal sindaco Bargellini, quindi nella residenza arcivescovile, dove tenne un breve discorso alle autorità religiose e civili, ai rappresentanti di altre città colpite e ai volontari, per concludere infine la visita con la celebrazione della messa in Santa Maria del Fiore.

Nella cattedrale tenne un’omelia nella quale associò Firenze a Roma nell’itinerario di rinascita cristiana e umana e nell’annuncio di pace, suscitando naturalmente in La Pira la più profonda emozione e confortandolo in un ulteriore slancio di fratellanza universale.

Il professore fiorentino aveva già accolto con entusiasmo il radiomessaggio del 22 dicembre, diretto ai fedeli e al mondo intero, nel quale il papa aveva additato nella pace uno degli elementi costitutivi del Natale, toccando anche il tema della guerra in Vietnam e salutando positivamente l’annuncio di una tregua natalizia bilaterale.

Nelle quattro lettere di ringraziamento che in pochi giorni scrisse a Paolo VI, trasse da quell’evento straordinario occasione di rimotivare e di rilanciare il suo progetto di pace e di civiltà e la sua utopia operosa, presentandolo al pontefice amico. In esso si stagliano come punti cruciali proprio le città: quelle allora dolenti Hanoi e Saigon, Berlino e Gerusalemme, e quelle chiamate a farsi prossime Roma e Firenze e, benché non espressamente citate, tante altre che La Pira aveva idealmente e spesso direttamente coinvolto nella missione pacificatrice.

Egli aveva colto anche un aspetto particolare dell’omelia di Paolo VI, un’espressione a suo avviso quasi incidentalmente adoperata, il dichiarare di sentirsi cittadino di Firenze: da quelle parole del papa, che in qualche modo richiamano quelle pronunciate da John Kennedy nella sua visita a Berlino nel 1961, e che sottolineano il ruolo emblematico della cittadinanza oltre ogni specifico inveramento, aveva tratto motivo di sottolineare l’intervento di Pietro e il suo condividere, pur nel primato, un progetto collegiale.

In realtà Paolo VI aveva sin dal primo momento del suo arrivo nella Basilica di Santa Croce detto di essere onorato e lieto di sentirsi, sia pure per brevi ore, «cittadino di Firenze, vostro concittadino, Fiorentini carissimi, vostro amico, vostro fratello e, in virtù del nostro ministero apostolico, Padre vostro», ma ovviamente quell’affermazione era suonata ancor più solenne e calorosa nella liturgia natalizia di quella notte.

Ancora maggiormente significativa della sollecitudine di La Pira per le città e per la pace fu la sua durissima presa di posizione nella lettera al papa del 29 novembre sul bombardamento di Hanoi effettuato dagli aerei americani, da lui definito «la strage degli innocenti», con esplicito riferimento alla festività del 28 e all’episodio narrato nel Vangelo. Continuava con un tagliente giudizio sul presidente americano Johnson e sul cardinale Spellman, definendo un «severo incidente» quanto questi aveva detto in un’omelia nella quale pareva, a proposito del bombardamento, aver presentato il fatto nel contesto dell’azione americana per la difesa della civiltà.

Le parole di La Pira sono fra le più dure da lui adoperate nei confronti del presidente americano «bisogna levare dalle mani imbelli e irresponsabili di Johnson (gli ho scritto questa lettera per Natale: parlo proprio della strage degli innocenti: gliene avevo scritto un’altra prima di Natale) le armi che possono produrre la catastrofe del mondo!» . Non da meno quelle riferite a Spellman: «la situazione natalizia dell’anno 1 è ripetuta: con questo di grave, che la strage degli innocenti è elevata a messaggio di civiltà in una “omelia cardinalizia”», attenuate cristianamente dal definire l’incidente occorso al prelato una di quelle “sviste”, di quegli “errori” che la Provvidenza permette per mutare con rapidità e decisione situazioni gravi.

La cooperazione fra i popoli

Negli anni successivi al 1966, così densi di avvenimenti nella politica internazionale e di forte transizione nella comunità ecclesiale post-conciliare, La Pira si dedicò a tessere le fila del suo progetto di cooperazione tra i popoli nella costruzione della pace con viaggi, contatti ed organizzazione di incontri in sintonia con quanto Paolo VI andava compiendo in diverse parti del mondo in una sorta di pastorale itinerante in dialogo con le culture. E di quel pontefice egli assunse il criterio dei cerchi concentrici indicato già nella prima enciclica Ecclesiam suam, cerchi che, muovendo dal centro propulsore della Chiesa romana, finivano per abbracciare ogni continente senza imposizione d’autorità e quasi nello sforzo di disvelare a ogni realtà il proprio destino umano e religioso. Un criterio che in più occasioni La Pira definì di “convergenza”, da lui agevolmente esteso sul terreno più laico dell’intesa e della giustizia senza più guerre, in cui ciascuno potesse fare la sua parte in un’architettura dai tanti pilastri, imperniata su valori superiori condivisi e unificanti.

Papa Montini, che aveva pubblicato nel 1967 l’enciclica Populorum progressio e iniziato nel 1968 sia a dedicare il primo giorno di ogni anno ad una riflessione sulla pace con uno speciale messaggio che istituito un apposito organismo vaticano Iustitia et Pax, nell’omelia tenuta nella chiesa romana del Gesù il 1 gennaio 1970 in occasione della III giornata della pace, espresse in termini perentori il dovere della pace, vertice dell’umana costruzione, asserendo che bisognava mettere alla radice della psicologia sociale la fame e la sete di giustizia insieme con la ricerca della pace. Aveva usato anche una parola particolarmente cara al professore fiorentino affermando che quel progetto non era utopia, ma progresso.

Tutta la visione montiniana e il suo itinerario pastorale stimolarono ancor più La Pira nel suo slancio universalistico, da rendere operativo dalla base della comunità. La Pira fece della teoria della convergenza – dei diversi e dei consimili – il paradigma dei suoi sforzi per mettere insieme fedi religiose, capi di Stato, diplomazie umanitarie, istituzioni sopranazionali, per lui con riferimento a Pietro e alla sua paternità universale, per quanti non appartenevano alla Chiesa di Cristo con la certezza escatologica, forse ingenua ma disarmante e convincente, di una chiamata divina dell’umanità. E nei suoi scritti, come nelle lettere a Paolo VI proprio del 1970, erano sempre le città a simboleggiare i passi significativi per superare la guerra e chiedere la pace: Helsinki, Varsavia, Pechino, Gerusalemme.

Firenze per lui rimaneva sempre figlia prediletta e intraprendente di Roma, e con Roma e con Firenze l’Italia, la sua gente, il suo spirito, la sua tradizione giuridica, la sua capacità di assimilare nella cittadinanza i popoli più vari, anche se non mancava in lui la convinzione che una nuova era per l’umanità sarebbe venuta dai “barbari”, con i quali anche la Chiesa aveva saputo entrare in dialogo.

La Pira fu sino alla fine un montiniano a modo suo, e del resto nessuno dei tre più noti “professorini” grandi amici tra di loro, La Pira, Lazzati e Dossetti, fu montiniano allo stesso modo, così come ogni città italiana fu unitaria a modo proprio. Ma la profonda amicizia di Paolo VI verso di lui è testimoniata dalla lettera che questi vergò di sua mano da Castel Gandolfo il 1 settembre 1977 due mesi prima della sua morte per confortarlo e benedirlo.

 

                                                                                  Alberto MONTICONE