Le istituzioni sono un mezzo, la persona il fine

 

 

Il tema "Unità d’Italia e città", tradotto nel linguaggio costituzionale, va letto come "Repubblica, una e indivisibile, e autonomie locali". Non è un tema centrale nel pensiero di La Pira, ma le sue riflessioni e proposte, anche se riferite alla situazione di più di sessanta anni fa, sono ancora utili oggi.

Nel suo libro Le città sono vive (1957) La Pira ha scritto che bisogna saper scrutare il proprio tempo. Proviamo a farlo, con il suo metro.

Quali sono gli insegnamenti utili per il nostro argomento?

Le istituzioni sono un mezzo, la persona è il fine: il sabato per l’uomo, e non l’uomo per il sabato. La Pira amava dire  che l’uomo si trova nel punto di incontro di quattro rapporti di cui egli è il centro: Rapporto con le cose, sotto di sé; rapporto con gli altri, accanto a sé; rapporto con la propria anima, dentro di sé; rapporto con Dio, sopra di sé.

Lo scopo ultimo del corpo sociale consiste nel creare le condizioni esterne migliori che possono aiutare lo svolgimento integrale dell’azione umana. La dignità dell’uomo presuppone l’accesso al godimento dei beni necessari: beni temporali, ma non per questo meno umani.

Nel suo intervento al congresso nazionale della DC del 1954, La Pira sosteneva che risolvere i problemi della casa, del lavoro, della salute, dell’assistenza, della fame nel mondo sono la premessa indispensabile per salire ai gradini ulteriori.

Per risolvere questi problemi occorrono soluzioni tecniche in cui serve la competenza, e a cui la fede non offre se non un’illuminazione dall’alto. È necessaria una duplice fedeltà: la prima all’essere cristiani, la seconda al rispetto dell’autonomia della realtà.

Vi è un altro insegnamento. Il diritto è come il vestito, va cioè proporzionato al corpo che è destinato a coprire: il lavoro, la casa, la salute, l’istruzione, e cioè i diritti sociali previsti nella prima parte della nostra Costituzione, sconosciuti al precedente Statuto Albertino: sono cose nuove e a queste cose nuove bisogna proporzionare l’abito nuovo. Lo stesso vale oggi: ci sono i problemi nuovi posti dall’Unione Europea e dalla globalizzazione, rispetto ai quali i diritti degli Stati nazionali sono un vestito vecchio. Vedremo poi se anche le città e le autonomie locali sono un abito vecchio.

I diritti inviolabili dell’uomo e delle persone, previsti nella nostra Costituzione, sono stati confermati e svolti a livello internazionale e comunitario: per citare solo alcuni esempi, si veda la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’ONU del 1948, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950, la cosiddetta Carta di Nizza del 2001 che, dopo il Trattato di Lisbona, ha la stessa efficacia del Trattato dell’Unione Europea e del trattato sul funzionamento della stessa Unione, le tante carte sui diritti del fanciullo, delle donne, contro la tortura, degli emigrati.

Oggi, quindi, non sono le dichiarazioni dei diritti che mancano; manca, invece, la loro effettività e la loro realizzazione, il loro inveramento. Ed ecco che torna utile un altro insegnamento di La Pira: bisogna operare.

Nel 1953, il sindaco, nel dare il benvenuto al nuovo prefetto, esponeva gli obiettivi della Giunta e del Consiglio comunale e concludeva: «la nostra divisa è il fare».

Ma per fare, gli organi politici di tutte le istituzioni hanno bisogno di un’amministrazione che funzioni bene: questo è il problema centrale del nostro tempo. Le persone oggi hanno diritti ma, in gran parte, solo sulla carta. Bisogna ridurre, prima, ed eliminare poi, questo gap, questo iato, tra i diritti proclamati e quelli reali, effettivi: questo è il compito che oggi hanno di fronte tutte le amministrazioni pubbliche, internazionali, nazionali, regionali e locali. E dunque, come si devono organizzare i pubblici poteri per realizzare tale obiettivo ed essere così al servizio delle persone? Stato unitario, con una forte amministrazione centrale, o amministrazioni diffuse sul territorio? Nel secondo caso, uffici statali decentrati o enti autonomi, o tutti e due?

Su questi problemi abbiamo una fonte preziosa perché La Pira fu uno dei due relatori ufficiali per la DC in occasione della discussione generale in Assemblea Costituente nel marzo 1947 e in una pubblicazione del 1948, Architettura di uno Stato democratico, ripubblicata dalla Fondazione La Pira nel 1996, possiamo leggere la relazione di La Pira che, in appendice, riporta gli articoli del progetto di Costituzione da lui proposti.

Art. 106: «La Repubblica italiana, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali. Attua, nei servizi che dipendono dallo Stato, un ampio decentramento amministrativo. Adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento».

Questa proposta coincide sostanzialmente con l’attuale art. 5 della nostra Costituzione e La Pira, nella relazione, la spiegava sostenendo che lo Stato unitario è cosa positiva purché quella unità rispetti, integrandola, la pluralità di cui la società consta, sia in grado di coordinare, armonizzare, correggere, e non violi ed estingua gli organismi spontanei che la costituiscono. Quindi, ci vuole uno Stato consapevole dei suoi fini e dei suoi limiti, unitario ma non totalitario, non certamente lo Stato di Hegel.

Le comunità territoriali sono fatte rientrare fra le formazioni sociali dove si svolge la personalità degli individui, insieme alla famiglia, alla Chiesa, alla comunità internazionale, alle organizzazioni sindacali, alle comunità di lavoro, ai partiti, alle scuole. Lo Stato, continua La Pira, non è l’unica comunità, ma una comunità coordinatrice rispetto alle altre che sussistono con i loro fini specifici, parziali, con i loro statuti e organi. Lo Stato individualista ha spento la vita di queste comunità minori, come di tutte quelle che non siano quella statale: strano a dirsi, lo Stato individualista pone tutte le premesse per diventare totalitario.

Il 13 maggio 1954 don Sturzo sul «Giornale d’Italia» accusa La Pira di statalismo e il professore così risponde: «Non vorrei che, con la scusa di non volere lo Stato totalitario, non si voglia in realtà lo Stato che interviene per stanare le strutturali iniquità del sistema finanziario, economico e sociale del cosiddetto Stato liberista che sta a vedere, con olimpica contemplazione, la dolorosa zuffa che la privazione del pane quotidiano procura fra deboli e potenti […]. Il retto ordine dell’economia non può essere abbandonato alla libera concorrenza delle forze».

Tra queste comunità intermedie c’è anche, nel pensiero di La Pira, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende perché «tutti i membri di un’impresa sono cooperatori dell’impresa». La nostra Costituzione prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende (art. 46): ma l’attuazione di questa norma l’aspettiamo ancora.

L’Europa è d’accordo e, secondo la Carta di Nizza, ai lavoratori o ai loro rappresentanti devono essere garantite, ai livelli appropriati, l’informazione e la consultazione in tempo utile nei casi e alle condizioni previste dal diritto dell’Unione e dalle legislazioni e prassi nazionali (art. 27). D’accordo, in Italia, sia il centro-destra che il mondo cattolico.

Nel libro bianco 2001 del Ministero per le politiche sociali si legge che «il Governo sollecita le parti sociali a una riflessione che consenta di migliorare la qualità delle nostre relazioni industriali rendendole maggiormente partecipative […]. In particolare il Governo ritiene auspicabile che il dialogo sociale individui le sedi e le altre modalità per regolare convenientemente i diritti di informazione e consultazione, affinché l’esercizio delle prerogative manageriali sia ispirato da una logica di trasparenza e di fiducia fra le parti». E nella Gaudium et spes, si legge che «nelle imprese economiche si uniscono delle persone, cioè uomini liberi ed autonomi, creati a immagine di Dio. Perciò, avuto riguardo ai compiti di ciascuno – sia proprietari, sia imprenditori, sia dirigenti, sia lavoratori – e salva la necessaria unità di direzione della impresa, va promossa, in forme da determinarsi in modo adeguato, l’attiva partecipazione di tutti alla vita dell’impresa» (n. 1548). Alle parole non sono seguiti, finora, i fatti: bisogna operare, appunto.


Il principio di autonomia

Il principio di autonomia accolto in Costituzione su proposta, come abbiamo visto, di La Pira, è affermato in tutta Europa, e non solo: è quindi da confermare, anche nel nostro ordinamento comunitario e globalizzato. Ma i problemi non mancano: negli enti locali con personale che esegue la volontà degli organi politici o che interpreta i bisogni della società nel rispetto dei limiti previsti dalla legge? E nelle amministrazioni pubbliche attente solo alla legittimità degli atti o anche al risultato?

La effettività dei diritti richiede un’amministrazione pubblica efficiente (che non spreca), perché senza efficienza non c’è né giustizia né soddisfacimento dei diritti sociali, i quali pretendono fatti, non parole.

E invece, anche la vicenda dei nuovi statuti regionali ha evidenziato un grande interesse dei consigli regionali per le dichiarazioni programmatiche con le quali la Regione indica i valori e gli obiettivi che si ripromette di perseguire con la sua futura legislazione e pochissima attenzione e interesse, invece, alla buona organizzazione dei propri uffici e degli enti dipendenti da cui dipende la loro effettiva realizzazione.

L’uniformità organizzativa della pubblica amministrazione è stata a lungo, e a torto, considerata come la prima garanzia dell’uguaglianza dei cittadini nel godimento dei diritti. Questa uniformità è finalmente venuta meno perché, con la riforma del titolo V della Costituzione, lo Stato può dettare le regole solo degli uffici suoi e degli enti nazionali, libere le Regioni e, in misura minore, Province e Comuni, di darsi una diversa organizzazione per garantirne il funzionamento al servizio dei cittadini.

L’articolo 118 della Costituzione prevede una competenza generale degli enti locali per lo svolgimento delle funzioni amministrative in tutte le materie, statali e regionali. Stato e Regioni fanno le leggi, ma le funzioni amministrative no: di regola, sono compito di Comuni e Province e solo se questi non sono in grado di farle in modo adeguato possono essere sostituiti. Questo meccanismo, virtuoso perché consente di dare le funzioni solo a chi è in grado di svolgerle bene, è ancora scritto solo sulla carta, come i diritti.

Ma perché la Costituzione preferisce gli enti locali ai ministeri? Non certo perché i primi funzionano meglio dei secondi. Semplificando molto, gli enti locali sono preferiti in tutti i moderni Stati sociali, compresa la Francia, culla dello Stato accentrato perché, se l’amministrazione pubblica è al servizio della società e questa è diversificata, come in Italia (per reddito, tradizioni, cultura, dialetto, sviluppo economico), il vestito non può essere per tutti uguale; gli enti locali, come la loro storia insegna, servono a differenziare (nonché a sperimentare cose nuove).

Lo Stato ha recentemente deciso di aiutare le persone in grave difficoltà economiche con la social card, istituendo un fondo speciale, fissando le regole in un decreto ministeriale e provvedendo direttamente a dare il contributo in denaro. Ma dal rapporto della Caritas e della Fondazione Zancon risulta che la carta, mentre è molto diffusa nelle isole e al sud lo è invece molto poco al nord. Emerge inoltre che si è speso molto per l’attivazione della carta che in alcune zone del Paese è aggiunta ad altre misure di intervento socio-economico che le hanno fatto concorrenza: un intervento dal centro, uguale in tutto il territorio nazionale, ha così tradito le migliori intenzioni. Il vestito non era adatto ai problemi da risolvere.

Rimane l’augurio che La Pira fece nel 1954 agli assegnatari delle nuove case dell’Isolotto, consegnando le chiavi dei loro nuovi appartamenti: «La vera vita è quella di coloro che sanno sognare i più alti ideali e che sanno poi tradurre nella realtà del tempo le cose intraviste nello splendore dell’idea».

         Massimo CARLI