La cità nel disegno costituzionale

 

Nella stagione della ricostruzione post bellica Giorgio La Pira individuò nella città un soggetto di riferimento su cui fare forza perché si potesse compiere il disegno costituzionale al quale egli aveva contribuito nell’Assemblea costituente dal ’46 in un modo determinante per una Costituzione fondata sul principio personalista, sul principio della solidarietà sociale e dell’uguaglianza sostanziale e sul principio del pluralismo, i tre grandi pilastri della nostra Costituzione. C’è un legame organico tra il pensiero costituzionale, cioè la sua architettura dello Stato democratico, e il ruolo dinamico delle città.

Infatti quando un ordinamento pone al centro la persona umana, i suoi diritti preesistenti allo Stato stesso perché coessenziali con la soggettività, cioè quando si pone la persona umana quale punto di prospettiva dal quale far partire le linee organizzative dei poteri pubblici per cui la promozione e la tutela della persona soltanto danno fondamento della loro legittimità, allora le dimensioni comunitarie della persona e tra queste accanto alla famiglia la chiesa, il gruppo di lavoro, le città costituiscono proiezioni organiche funzionali e necessarie.

Non va sottaciuto che nella concezione della città di Giorgio La Pira vi sia altresì, oltre a questa componente storica, anche una forte componente, come lui la definiva, metafisica, cioè derivante da una concezione infinita della persona umana di cui è segno la Gerusalemme celeste. Quale fondamento metafisico con le sue articolazioni biblico teologiche questo fondamento nulla sottrae alla consistenza storica della vita fisica e spirituale della persona nel tempo; anzi, ne legittima le questioni, gli interrogativi, i problemi e le soluzioni nuove.

Nella prospettiva di Giorgio La Pira non vi era un interesse amministrativo discendente che considerasse una preminente ragione di Stato che a scala raggiunge dal vertice le unità cellulari del sistema politico, gli individui e i gruppi associati. La vicenda drammatica della guerra, della resistenza alla dittatura fascista e la condivisione dei problemi sociali post bellici nella ricostruzione dell’Italia avevano posto in primo piano il ruolo delle città e in particolare di Firenze nel processo di liberazione dal nazifascismo, prima città che si è liberata da sé con la costituzione del Comitato toscano di liberazione nazionale e che accolse le truppe alleate che arrivavano da sud.

In questa attuazione di solidarietà post bellica sono forti le ragioni delle intuizioni di La Pira. Risuona indubbiamente in lui quella componente delle città della Resistenza su cui l’amico e collega di università Piero Calamandrei suggerì note importanti per la comprensione del nuovo ordinamento civile e politico.

Prima che sindaco potremmo dire che Giorgio La Pira fu un “apprendista sindaco” nel ruolo di presidente dell’Ente comunale di assistenza del Comune di Firenze già dalla fine del ’44 per nomina consensuale del Comitato toscano di liberazione nazionale e insieme degli alleati e volle mantenere contemporaneamente, con le funzioni di membro dell’Assemblea costituente quasi correndo da una giornata all’altra tra gli scranni di Montecitorio e le vie dei poveri di San Frediano, questo ruolo di presidente dell’ente assistenziale per le vicende post belliche della città.

Perché vedeva la dignità di un uomo pubblico che traeva legittimità non solo dal voto elettorale ma proprio dalla condivisione dei bisogni degli ammalati, dei senza tetto, dei senza casa, dei senza lavoro in una Firenze che aveva ancora tutti i ponti in macerie. Così questa connessione esistenziale tra l’istituzione della Repubblica, la costituenda Repubblica nell’Assemblea costituente e la responsabilità sul territorio in Giorgio La Pira ritornerà al centro di nuovo dell’acuta polemica che volle esprimere nel ’52 nei confronti dell’interpretazione del regolamento della Camera dei Deputati sull’incompatibilità tra la carica di sindaco e quella di deputato.

L’interpretazione data allora in assenza di un’esplicita disposizione legislativa dalla Giunta dell’elezione della Camera dei Deputati lo costrinse a scegliere di restare sindaco e di lasciare le funzioni di membro della Camera dei Deputati. La Pira protestò e sottolineò come l’alternativa «aula di Montecitorio o Firenze» fosse illegittima, in una lettera indirizzata all’allora presidente della Camera dei Deputati Giovanni Gronchi poiché si dava un’interpretazione estensiva di leggi restrittive dei diritti della persona. Sentiva di dover dar seguito però al mandato ricevuto per Roma e per Firenze e concluse amaramente ma significativamente «scelgo Firenze, perla del mondo».

Si deve cogliere in questa vicenda di rapporti inter-istituzionali non certamente un interesse soggettivo alla pluralità di cariche, ben lontana dalla personalità di Giorgio La Pira, quanto l’intuizione del collegamento necessario tra l’istituzione della Repubblica e in particolare di una Repubblica parlamentare e la realtà organizzativa del territorio della città che era in qualche modo espressa da questa duplice funzione di sindaco e di membro dell’assemblea della Camera dei Deputati. La Pira attraverso questa vicenda ci lancia oggi un messaggio significativo in ordine al ruolo rafforzato che le città, e cioè i territori, debbono avere nelle istituzioni nazionali.

L’esperienza di sindaco di Firenze

L’esperienza di sindaco di Firenze ebbe poi un punto alto quando promosse l’organizzazione dei convegni per la pace e la civiltà cristiana dal ’52 al ’56 e poi il convegno dei sindaci delle città capitali nel ’55 e successivamente i convegni per il Mediterraneo. Le città furono proiettate nell’ordinamento internazionale andando a rafforzare il ruolo in modo sostanziale a tutela della persona umana che una nazione deve svolgere nella comunità dei popoli per il raggiungimento della finalità solidale della pace.

È un profilo in cui le città divengono componenti altrettanto essenziali ed efficaci della propria identità nazionale quanto sanno tessere anche le relazioni oltre le proprie mura e oltre i confini del Paese con i popoli di tutto il mondo. Dobbiamo domandarci se sia sotteso a questa esperienza fiorentina dei convegni un messaggio per il nostro mutato contesto internazionale che vede l’Italia unita protagonista ora dell’Unione Europea e degli organismi delle Nazioni Unite e in equilibri anche profondamente modificati nelle relazioni internazionali, oggi caratterizzate dal risveglio dei popoli del sub continente cinese, indiano, russo, sudamericano.

Quelle esperienze, davvero irripetibili di mezzo secolo fa, operate da La Pira sono tuttavia stimolo per riflettere sul rapporto tra città, nazione e comunità dei popoli nei termini acuti con cui oggi noi già lo stiamo vivendo. Perché le città italiane sono sempre più intrecciate con culture e lingue diverse per i processi migratori in atto, che si andranno inesorabilmente ad accentuare nel futuro soprattutto per l’Italia in rapporto al continente africano per gli accresciuti problemi di mutamenti climatici sub sahariani.

Con l’acuta sensibilità giuridica propria di un raffinato scienziato del diritto romano quale fu Giorgio La Pira ci è concesso di riutilizzare un’espressione proveniente dal lessico del diritto romano direttamente utilizzata da lui in una lettera in cui invita un poeta a venire a stabilirsi a Firenze per aggredire questo problema e vederne soluzioni in senso positivo. Non si deve vedere in questo processo emigratorio un’opportuna “confusione”?

La Pira usò proprio questo concetto di confusio, di confusione, per realizzare la communio, un istituto romanistico, quando invitava un emigrante qualificato a venire a Firenze. C’è da domandarsi se quella intuizione della rilevanza dell’istituto della confusio a cui La Pira con la sagacia che possedeva volle aggiungere anche nel suo testo un singolare aggettivo, in profonda armonia con la sua sensibilità, parlando di una confusione “evangelica” non ci offra la traccia oggi per comprendere i processi in atto.

Ci sono problematiche che riguardano il presente e il futuro delle nostre città e c’è da domandarsi se soluzioni innovative del diritto del�l’emigrazione non potranno trovare soluzioni non soltanto a livello di Unione Europea e di legislazione nazionale, ma anche in rapporto alle istituzioni territoriali che, aderendo più intensamente alle diversità culturali di questa o di quella area geografica, permetta di realizzare meglio forme di comunione di elementi ormai divenuti inseparabili modulando nuove soluzioni giuridiche rispetto soltanto all’antico status civitatis per suolo.

La domanda è di grande attualità, considerando che nell’ordinamento francese dal 1 di luglio la nazionalità viene attribuita non più dal Ministero e dagli organi centrali dell’Amministrazione ma dai prefetti, permettendo così l’attribuzione della nazionalità, atto sovrano della tradizione pubblicistica, ai prefetti in rapporto alle modificazioni territoriali e anche alle considerazioni sociali che possono realizzarsi in questa o in quell’area territoriale. Indubbiamente Giorgio La Pira connotava questi processi nelle identità nazionali non soltanto con la saggia utilizzazione della razionalità della scienza del diritto romano, ma cogliendo lo stretto legame tra questa scienza e la forza dinamica del messaggio evangelico e cioè della fraternità umana. È quanto scrive a un amico invitandolo a fare della confusio evangelica. È questa la prospettiva di Giorgio La Pira che rappresentava le città, così le definiva, come città incontri.

È forse una provocazione ancora attuale per l’oggi? La domanda che possiamo porci è se non starà nel governo del territorio, nella convergenza delle istituzioni dei diversi livelli, la capacità di gestire, di assimilare, di assorbire quella mescolanza di culture in senso positivo e innovativo con processi graduali che sperimentino forme alte di socialità che corrispondono alla dignità assoluta di ogni persona prima di ogni ulteriore qualificazione per nazionalità.

I diritti della persona umana

Fu precisa l’intuizione alla Costituente di Giorgio La Pira che i diritti della persona umana si pongono prima dello status civitatis. È la sua relazione del 9 settembre 1946 nella prima sotto Commissione e sono diritti inalienabili che la titolarità della cittadinanza viene ad articolare, rafforzare e coordinare, ma non si possono operare discriminazioni rispetto a quei diritti di fronte all’uomo in ordine alla titolarità di uno solo della cittadinanza. L’interconnessione che Giorgio La Pira intravedeva tra la città e il mondo intero oggi è rispecchiata nel contesto delle nostre città e quell’insegnamento può essere il criterio entro cui trovare soluzioni sempre modificabili, adattabili, sperimentabili, come si diceva, per i problemi della internazionalizzazione intestina delle città proprio per evitare che si accendano conflitti intestini.

La Pira propose con le sue iniziative in un momento delicato di ricostruzione del nostro Paese e della sua unità istituzionale iniziative culturali di altissimo livello internazionale indicando come il dialogo tra le culture debba essere parallelo e proporzionato ai processi di integrazione economica e sociale e di ciò si fece portatore poi quale presidente della federazione mondiale delle città unite succedendo nel ruolo a Leopold Sengor. Nella nostra età in cui le interdipendenze economiche, anche con i paesi del risveglio, la Cina, l’India, la Russia e il Brasile, si fanno più accentuate non pare che si sia attrezzati a operare adeguati processi di integrazione culturale rispetto ai quali le città possono avere una forte iniziativa innovativa.

Questa intuizione ci porta sulla soglia dei gravi problemi del presente che si possono articolare nella trasformazione del modello tradizionale di Stato sociale, nel cambiamento della struttura economica per questi nuovi equilibri dello sviluppo mondiale, nelle trasformazioni anche delle culture politiche nazionali e delle sue soluzioni rappresentative. Come affrontarli in modo graduale comunitariamente se non operando trasversalmente a questi livelli di crisi di trasformazione e attivando in diversi ambiti le energie e le forze culturali e sociali che il territorio, cioè le città, sia pure con le loro debolezze possono esprimere?

La città ci appare oggi sempre di più non soltanto un luogo fisico con le sue diverse morfologie quanto un’asse trasversale delle grandi trasformazioni, per sottolineare le relazioni storico concrete della persona e della sua famiglia con un ambito territoriale come, diceva La Pira, un albero è connesso al suolo. La Pira utilizzava in modo polisemico il concetto di città: ora che, diceva,  « siamo entrati nell’epoca storica delle città» e quello delle città è un lessico assai complesso che dovrà essere esaminato. In esso si possono individuare dei filoni: fonti filosofico aristoteliche, giuridico romane, biblico patristiche, teologico tomiste, sociologico urbanistiche e non ultimo quelle letterali poetiche.

 

Giulio CONTICELLI