Firenze capitale

Su questo argomento ci sono state due relazioni, una di Cosimo CECCUTI ed una di Alberto MONTICONE. Ne riportiamo i tratti salienti

 


Firenze e la lingua toscana, fattori unificanti dell’entità statale

 

La lingua toscana e Firenze hanno svolto un compito importante nel processo di unificazione della nazione.

La Toscana, e soprattutto Firenze, nell’arco di mezzo secolo sono state protagoniste del processo di unità nazionale sotto tre aspetti. Primo, la formazione di una coscienza nazionale perché non ci sarebbe stato il risorgimento politico militare, se non ci fosse stato un risorgimento culturale. Secondo, l’Unità d’Italia e il conseguimento di questo storico risultato il 17 marzo 1861. Terzo, estremamente importante, ma che non è stato ancora interamente raggiunto, il processo di unificazione della nazione.

Firenze ha svolto un ruolo rilevante nella fase iniziale del recupero dei valori nazionali alla ricerca di una identità. Non sarebbe stato infatti possibile giungere al 1861 solamente attraverso i moti carbonari, sia quelli del 1820-21 che quelli del 1830-31: sono stati importanti, ma ristretti a una cerchia di patrioti. Il discorso si amplia se pensiamo a Firenze e alla Toscana perché il Granducato era allora considerato il più tollerante fra gli otto stati della penisola nell’accogliere esuli: giunsero così Giuseppe Poerio e Pietro Colletta da Napoli, Massimo d’Azeglio dal Piemonte, e tanti altri.

L’Italia c’era o non c’era? Sulle carte geografiche fisiche esisteva, sulle politiche no, perché divisa in otto diversi stati. E gli italiani esistevano come popolo? Giuseppe Mazzini è stato il primo a interrogarsi su questo tema e a cercare di dare una risposta che egli avvertiva decisamente affermativa.

IL’Italia non era uno Stato, ma una nazione in cui esisteva comunque un filo rosso costituito dalla lingua che poneva un comune denominatore unificando i diversi stati.

Non è quindi un caso che Giuseppe Mazzini, il profeta dell’Unità d’Italia, l’uomo che nel 1831 aveva fondato la prima organizzazione politica italiana, la Giovine Italia, esordisca con uno studio su Dante. Il suo primo saggio, del 1826, fu Dell’amor patrio di Dante in cui non si richiamavano le proprietà letterarie del grande poeta, quanto la sua lingua, il volgare, la dignità dell’esule e l’orgogliosa difesa della libertà quali radici della nazione italiana.

Ed è sempre a Firenze che nel 1827 da Milano giunge Alessandro Manzoni per rielaborare linguisticamente il suo romanzo, l’originario Fermo e Lucia, e renderlo così disponibile a un pubblico più ampio. Manzoni arriva a Firenze per far rileggere e correggere dagli amici fiorentini membri del Gabinetto Vieusseux il suo romanzo, convinto della necessità di fare della lingua italiana l’elemento unificante della penisola. Ma nei Promessi sposi c’è anche altro di nuovo: è un romanzo storico, un genere letterario che può stimolare alla reazione e alla forza morale di questo “popolo di morti”, che può far ritrovare nel passato momenti gloriosi. Ne è esempio L’assedio di Firenze di Francesco Domenico Guerrazzi che fu un fenomeno editoriale in grado di diffondere ben 20.000 copie in una terra di analfabeti. Eppure L’assedio di Firenze è un romanzo oggi assolutamente illeggibile, ma che nel 1836, quando fu pubblicato, aveva creato grandi emozioni.

La cacciata del granduca da Firenze nel 1859 costituisce un altro elemento determinante per l’Unità di Italia. Cavour nel ’58 a Plombières, per indurre la Francia a entrare in guerra contro l’Austria, aveva concordato con i francesi un’Italia divisa in tre Stati, oltre a quello pontificio. Il motivo è ovvio, mai Napoleone III avrebbe inviato un soldato per fare dell’Italia un Paese unito, concorrente con la Francia nel Mediterraneo e più o meno con un uguale numero di abitanti ed estensione territoriale. Queste erano le strategie prevalenti, che furono disattese per l’intervento di Firenze che, nel momento in cui fu cacciato il granduca, decise autonomamente la propria sorte, cioè quella di unirsi al regno di Vittorio Emanuele.

È quando Vittorio Emanuele varca col suo regno l’Appennino che il processo unitario dell’Italia si può ritenere fatto e non è un caso che due mesi dopo il voto del plebiscito del marzo ’60, Giuseppe Garibaldi sia partito da Quarto e abbia completato l’unificazione. Era stata fatta l’unità ma mancava l’unificazione.

Dopo anni difficili, subito dopo la proclamazione del regno muore Cavour e Bettino Ricasoli, l’uomo che ha voluto l’Unità d’Italia a tutti i costi, viene designato capo del Governo. Le difficoltà del nuovo regno sono immediate, con la guerra al brigantaggio: quando il Mezzogiorno che ha seguito Garibaldi si trova sfruttato da imposte fino ad allora sconosciute, dalla leva obbligatoria, dalla chiusura dei conventi. Sono problemi sociali che divengono politici, determinati dal fatto che i piemontesi trasferirono il loro Statuto e le loro leggi nel resto d’Italia senza gradualità, ignorando come viveva la gente.

Quando nel settembre 1864 fu deciso l’allontanamento delle truppe francesi da Roma in cambio della tutela dei confini pontifici e, come garanzia, il trasferimento della capitale, fu scelta Firenze. Ma non furono i toscani a volerlo: fu una scelta determinata da ragioni militari perché la città del giglio era l’unica città fra le possibili candidate facilmente difendibile. A Torino, non appena si ebbe la notizia che la capitale sarebbe emigrata, ci furono sommosse con morti e feriti mentre in tutto il resto d’talia, a Napoli e soprattutto a Palermo, la gente scese in piazza agitando bandiere tricolori, inneggiando a Firenze e, soprattutto, al trasferimento della capitale da Torino.

In realtà Firenze si dimostrò tutt’altro che lieta di diventare la capitale, consapevole di perdere la propria fisionomia e la propria identità. Pensiamo che in una città di 118.000 abitanti nel giro di pochi mesi sarebbero arrivati trentamila piemontesi, diecimila funzionari più le rispettive famiglie. Sarebbe cambiato tutto e i giornali satirici dell’epoca riportano vignette in cui i fiorentini attaccano la propria classe politica. Ricasoli e Peruzzi, i protagonisti del Risorgimento toscano e nazionale, durante le elezioni del 1865 dovettero affrontare il ballottaggio per essere eletti, perché ritenuti responsabili del “sacrificio” imposto alla città.

Firenze festeggerà tuttavia l’unione di Venezia nel ’66, e l’unione di Roma nel ’70 con grandi manifestazioni di giubilo e, soprattutto, svolgerà un’opera di italianizzazione mettendo a confronto le varie culture e civiltà e avviando al superamento delle rivalità municipali.

Manzoni nel 1868, in una famosa memoria diretta al ministro della Pubblica istruzione, indica nel toscano la lingua che deve essere insegnata nelle scuole, usata nella burocrazia e negli atti ufficiali pubblici. Era solo un primo passo, ma quegli anni furono determinanti per l’avvio, sotto molteplici aspetti, del processo di italianizzazione.

                                                                                             Cosimo Ceccuti

 

 

L’Unità d’Italia e la fine del potere temporale dei papi

 

Quando, a seguito della spedizione dei Mille, delle annessioni e dei plebisciti, gran parte della penisola era ormai guadagnata all’unità territoriale dell’Italia sotto l’egida della Monarchia sabauda e il Parlamento subalpino il 17 marzo 1861 ne aveva proclamato la costituzione a regno, si pose l’interrogativo circa la scelta della sua capitale.

Nasceva infatti uno stato nuovo, sia pure aggregato intorno al Regno di Sardegna, la cui legislazione si sarebbe ben presto estesa a tutta la penisola, sostituendo non solo i sovrani ma anche l’intelaiatura istituzionale delle loro amministrazioni, le norme della cittadinanza e l’impianto della struttura economica. Era dunque lecito chiedersi se il simbolo della nuova identità nazionale dovesse essere riconoscibile in una città diversa da Torino, ed eventualmente quale.

Nel 1861 il caso italiano era singolare, con il Veneto ancora soggetto all’Austria e con il papa re di uno stato ridotto al Lazio, ma pur sempre con un potere temporale strumento di un ben più vasto e universale potere spirituale. Quando il 25 marzo di quell’anno Cavour, rispondendo a un’interrogazione dell’onorevole Audinot da lui steso provocata, affermò che la capitale d’Italia non poteva essere che Roma, come poi il 27 marzo lo stesso Parlamento la designò in votis, non solo additò con quella ardita indicazione un percorso politico di non semplice attuazione, ma pose anche il problema di fondo della storia del nostro Risorgimento: il rapporto della nazione italiana con l’eredità del suo remoto passato e con la sua fede religiosa e la possibilità di declinarli in una realtà civile originale, unitaria e libera.

Del resto, i primi atti di Pio IX tra il 1846 e il 1848 e il movimento neoguelfo avevano lasciato aperta l’eventualità di un’unificazione che avesse in Roma il suo perno. Non le parole di Cavour, ma la loro traduzione concreta avrebbe dato adito al sorgere della questione romana aprendo la controversia tra lo Stato e la Chiesa, innescando un contrasto tra accentramento statuale e primato spirituale che di per sé avrebbero potuto ben convivere con la pluralità delle realtà particolari.

Il trasferimento della capitale del regno a Firenze, avvenuto nel 1865 a seguito della convenzione del settembre del 1864 con Napoleone III, parve costituire la rinuncia a Roma in ossequio agli accordi con i francesi, ma fu di fatto e nelle intenzioni dei governanti italiani un avvicinamento alla città dei papi, in attesa delle circostanze propizie per giungere a essa.

Tale sede provvisoria possedeva caratteristiche che ne giustificavano la scelta ben oltre le intenzioni dei politici e che indirettamente prospettavano la necessità di un chiarimento più generale del significato di una capitale nazionale a fronte delle qualità adatte a essa presenti in diverse grandi città italiane.

Firenze non era una capitale qualunque: culla della lingua italiana e patria dell’Alighieri, uno dei centri principali del Rinascimento, capoluogo di una terra dalle vaste relazioni internazionali politiche, economiche e finanziarie, non aveva bisogno di assurgere da una condizione provinciale a più alta dignità in una sorta di supplenza di Roma. Con questa dagli inizi dell’età moderna aveva anche avuto analogia e concorrenza nel rapporto tra potere civile e religioso, senza tuttavia mai competere in primato nella percezione religiosa e politica dei suoi contemporanei. Se mai, in quello scorcio del decennio precedente la breccia di Porta Pia, potrebbe considerarsi simbolo eminente della multicentralità dell’italianità, senza contraddire l’aspirazione a Roma capitale dei protagonisti del Risorgimento.

Dopo la fine del potere temporale dei papi, con la protesta di Pio IX ripetuta con sempre minor vigore per un cinquantennio e l’approdo a Roma della Monarchia, del Governo e del Parlamento, persistette nei cattolici italiani il convincimento della naturale duplice valenza di quella capitale, purché naturalmente si salvaguardassero le prerogative del capo della cristianità e gli fosse assicurato il libero e pieno esercizio della sua missione universale.

Però tanto quel modo di pensare da parte dei moderati o degli intransigenti, quanto l’opposizione politica, furono propri di una élite del movimento cattolico, e solo di riflesso ebbero seguito nella cultura e nella prassi popolare.

Del resto anche l’intero sistema rappresentativo e politico si resse su una ristretta minoranza sino al 1919, dopo un parziale ampliamento nel 1913, con un’estraneità generalizzata alla questione nazionale e al suo corollario della capitale.

Un’altra Italia si stava mobilitando, quella delle forze sociali, delle correnti ideologiche, delle aggregazioni sindacali, dei problemi del lavoro e delle attività produttive, quella insomma che traeva motivazioni dalla base che solo parzialmente giungevano al livello nazionale. L’orizzonte prevalente di riferimento sino alla Grande Guerra fu quello delle comunità locali e delle cento città.

Alberto Monticone