Le città e l'unità nazionale

 

Riportiamo qui alcuni brani delle considerazioni introduttive che su questo tema hanno fatto Giulio CONTICELLI e Alberto MONTICONE.

 

La celebrazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia è stata un’occasione per ripensare a tutto il processo di unificazione del Paese compiuto fino ad oggi. Un processo lento, con momenti esaltanti di progresso e momenti di arretramento. Fra le grandi figure che hanno contribuito a far avanzare questo processo, Giorgio La Pira ha lasciato un lume intellettuale alla cultura politica e storica del nostro Paese: la chiave per rivedere il cammino percorso, comprendere il sentiero su sui ci siamo avviati e capire che dobbiamo prolungare il sentiero in un contesto economico e sociale mutato qual è questo inizio di terzo millennio che però per La Pira in ogni caso è un’alba. La Pira già a metà del ventesimo secolo definiva la sua età «all’alba remota del terzo millennio». Noi vi siamo oggi proiettati dentro e dobbiamo rendercene conto. Abbiamo la consapevolezza che siamo già in un’aurora mattutina? I tre principi cardine della laicità delle istituzioni politiche, della legalità dell’azione pubblica e dell’uguaglianza sostanziale e della solidarietà sono scaturiti dal Risorgimento, dall’unità politica italiana e poi sono maturati e completati nella Costituzione repubblicana con i valori di libertà religiosa in primis, di libertà civile e politica, dei diritti sociali e dei diritti di terza e quarta generazione a definire i quali il contributo di La Pira è stato determinante. Ma i diritti della persona e le loro declaratorie non sono sufficientemente garantiti, se non sono coordinati con una struttura organizzativa che li sostenga sia sul piano statuale che sul piano delle comunità, territoriali e non territoriali. Con questo inventario culturale dobbiamo sviluppare il patrimonio ereditato dai 150 anni dall’Unità di Italia e quindi tentare di identificare lucidamente risposte scoprendo quante di esse possono nascere dall’esperienza sul territorio. L’azione e l’eredità che ha lasciato La Pira sono dunque la base sulla quale preparare il percorso che l’Italia repubblicana deve ancora intraprendere per raggiungere più avanzati livelli di democrazia e partecipazione, nel momento in cui recupera gli aspetti migliori della sua identità.

Giulio Conticelli

 

 

Nella storia d’Italia le città hanno sempre avuto un ruolo di primo piano, dal tempo del tramonto dell’impero romano al fiorire dei comuni medievali, dal Rinascimento e dalle Signorie al dominio straniero, sino al Risorgimento, le cui origini si manifestarono in una molteplicità di centri per convergere poi nel movimento di indipendenza e di unità nazionale.

Sedi di governi monarchici e principeschi, ovvero di libere repubbliche, di antichi atenei e di diocesi cardinalizie, di nodi di comunicazione e di porti di grande traffico, le città al momento dell’unità si presentavano quale reticolo essenziale della nazione nascente e la scelta di Roma capitale nella coscienza della cultura civile non appariva in contraddizione con la molteplicità della cittadinanza, anzi se mai come un suo consolidamento, rafforzando il valore unitario di una corale identità. Tale approdo ideale fu raggiunto, e non pienamente, solo nella rinascita democratica della Repubblica, rimanendo ancora oggi una sfida costante e aperta.

Tra coloro che si fecero interpreti delle potenzialità dell’apporto delle comunità cittadine e delle loro aspirazioni a essere protagoniste nella costruzione e nel perenne rinnovamento dell’unità del Paese, e così della sua proiezione in una civiltà umana universale, spicca naturalmente Giorgio La Pira in tutta la dimensione laica e cristiana della sua azione, come sindaco di Firenze, come politico italiano e come cittadino del mondo.

Un punto tra i più significativi e rivelatori del suo modo di realizzare il progetto dell’incontro tra specificità cittadina e legame universale di umanità, può essere indicato nel suo atteggiamento durante la vicenda drammatica dell’esondazione dell’Arno del 3 e 4 novembre 1966, nelle motivazioni del suo appello a Paolo VI e nel commento alla visita del papa per le celebrazioni natalizie del 24 dicembre in Santa Maria del Fiore e in Santa Croce.

Ma la sua posizione di allora fu il frutto di un suo antico e radicato convincimento, dell’opera compiuta nel decennio precedente e della partecipazione a quella particolare versione del movimento cattolico italiano che sinteticamente può essere indicata come “montiniana”.

La Pira diverrà, secondo la definizione di un suo antico allievo e amico, il “cantore di Firenze”, la città che egli amò intensamente e totalmente per tutta la vita dopo esservisi stabilito trentenne e della quale sarà non solo il sindaco, ma una delle voci religiose e umane più significative nell’età contemporanea. Firenze fu per lui patria di adozione: fiorentino non per discendenza di sangue né per occasionale nascita, ma per scelta definitiva, luogo della sua avventura umana e della sua missione di cristiano.

Alberto Monticone