I cattolici a Firenze tra Ottocento e Novecento


 

Firenze ha una tradizione peculiare, perché la dialettica tra intransigentismo e cattolicesimo liberale, presente all’interno della realtà religiosa italiana tra 800 e 900, è qui particolarmente vivace per una presenza significativa della tradizione del cattolicesimo liberale che aveva avuto figure rilevanti.

E’ una tradizione legata al riformismo leopoldino e al ‘mito’ di Pietro Leopoldo, del quale Capponi si riproponeva di scrivere una storia – un cattolicesimo liberale, che a Firenze nella prima metà dell’800 ha protagonisti importanti come Capponi, Lambruschini, Ricasoli, cenacoli e circoli, riviste significative come “L’Antologia” di Vieusseux (soppressa nel 1833). In questa rivista la collaborazione tra cattolici e protestanti era  stata costante, si ispirava alle teorie del teologo evangelico svizzero Vinet sulla separazione tra Chiesa e Stato; ma quel cenacolo pubblicava anche il “Giornale agrario”, la “Guida dell’educatore”, diretta da Lambruschini e dal 1842 “L’Archivio storico italiano”. Uno dei tramiti con il mondo protestante era Gian Pietro Vieusseux; è noto il suo rilievo nella cultura italiana e fiorentina degli anni Trenta dell’Ottocento; egli promuoveva l’<<Antologia>> ed era uno dei sostenitori della <<Guida dell’educatore>> nella quale, scriveva Lambruschini nel 1853, <<io cattolico e Mayer protestante potemmo scrivere insieme […] senza che rinunziassimo ciascuno alle nostre credenze, e senza che ne apparisse la diversità>>.  A questo nucleo della loro ispirazione, legata ad una religiosità interiore, e non politica,  si deve anche un atteggiamento di parziale critica dei cattolici liberali italiani, e toscani in particolare, verso La Mennais e i cattolici liberali francesi e belgi per le prospettive da questi proposte di un’azione sociale rinnovata da parte della Chiesa e della gerarchia, nella quale sembravano implicite ambizioni o tentazioni neo-temporalistiche. 

In questo mondo una esigenza molto sentita era quella di una riforma della Chiesa, una prospettiva  molto vicina, come Lambruschini ricordava, alle ipotesi di Rosmini, così come erano state espresse nelle “Cinque piaghe della Santa Chiesa”; una esigenza che il Lambruschini riproponeva ancora nel 1865 in un promemoria per Ricasoli. Anche il vescovo di Firenze, mons. Giovacchino Limberti (dal 1857 al 1874), si era mostrato moderatamente conciliante: nominava vicario Amerigo Barsi,che esprimeva le tendenze aperte di una parte significativa del clero, accettava di partecipare al Te Deum per il risultato del plebiscito per le annessioni del 1860 e accoglieva in Duomo Vittorio Emanuele II, provocando solenni reprimende da Pio IX.

Ma per questo mondo le speranze di conciliazione erano state sconfitte duramente nel 1848-’49, con la fuga di Pio IX a Gaeta, che rappresenta indubbiamente una cesura. Dagli anni Sessanta-Settanta c’è una prevalenza indubbia dell’intransigentismo nella Chiesa italiana, una prospettiva fatta propria da Pio IX; sono gli anni del Sillabo; si assiste così ad una politica di accentramento molto accentuato del potere pontificio nei confronti dell’episcopato. Dal 1870 la redazione de “La Civiltà cattolica” fu trasferita a Firenze, fino al 1887, e dal 1893 qui venne pubblicata “L’Unità cattolica”, che rappresentava la voce più polemica delle prospettive intransigenti, anche e forse soprattutto verso la tradizione moderata e cattolico-liberale.  

Le esigenze cattolico-liberali rimanevano, in particolare a Firenze, ma come in una realtà carsica; si cerca di non contrastare apertamente le condanne romane ma si propongono prospettive articolate, come la distinzione tra la ‘tesi’ e ‘l’ipotesi’, così come era stata formulata da padre Curci. I transigenti propongono le ipotesi conciliatoriste di una possibile conciliazione tra Chiesa e Stato; le loro riviste sono la “Rivista universale”, pubblicata a Firenze tra il 1870 e il 1878 e la “Rassegna nazionale” che, pubblicata dal 1879, è la voce dei conciliatoristi nazionali e ha tra i suoi collaboratori Augusto Conti, Cesare  Tabarrini, Augusto Alfani, così come il vescovo di Cremona Geremia Bonomelli. Negli anni successivi la rivista, e il suo fondatore il marchese da Passano, avrebbero dato spazio alle esigenze di un rinnovamento della cultura cattolica e degli studi biblici, con un’attenzione alle nuove prospettive aperte dall’esegesi scientifica.

“L’Unità cattolica”, che esprimeva una mentalità intransigente e rivendicava  un cattolicesimo “integrale”, avrebbe condotto con durezza le sue polemiche intraecclesiali, in particolare durante la crisi modernista, diffondendo una mentalità aggressiva e polemica che avrebbe avuto una lunga durata, nel corso del XX secolo, e che si sarebbe rivolta anche contro l’arcivescovo Mistrangelo, responsabile di una linea di governo che cercava di mantenere una linea moderata. Critiche severe venivano rivolte al presule anche dal visitatore apostolico inviato da Pio X negli anni della repressione antimodernista. E’ una situazione che si verifica in molte diocesi italiane, prevalentemente del Centro-Nord, come Milano, Genova, Bologna, Perugia, dove non pochi presuli avevano mostrato di comprendere alcune esigenze di riforma.  Forse è da attribuire a questo clima il fatto che la nomina cardinalizia di Mistrangelo sarebbe arrivata solo con Benedetto XV.

Ma all’interno del movimento cattolico, che aveva avuto un grande sviluppo durante il pontificato di Leone XIII e che ha una ampiezza europea, uno spazio peculiare assumeva il cattolicesimo sociale, con organizzazioni e movimenti sindacali e la nascita della Democrazia cristiana di Murri. A Firenze significativa è questa presenza, con la pubblicazione de <<La bandiera del popolo>> e la fondazione della Libreria Editrice Fiorentina, e a Prato con la rivista <<L’Operaio>>, riviste che avrebbero cessato le pubblicazioni dopo le censure che colpirono Murri e la Democrazia cristiana.  Nel primo dopoguerra una ispirazione per tanti versi simile avrebbe dato vita al partito popolare; gli stessi nodi irrisolti dell’atteggiamento da tenere di fronte alle libertà ed a una qualche richiesta di autonomia nelle scelte politico-sociali si sarebbero riproposti ancora una volta, provocando difficoltà, sia nella gerarchia cattolica che in ambito politico, in particolare poi con l’affermarsi del fascismo.

In La Pira questa tradizione così complessa, dalle anime molteplici, si trova come riassunta in un crogiolo originalissimo. E’ legato a quel modello di una “società cristiana” che era stato elaborato dalla cultura intransigente, ma fin dalla fine degli anni Trenta questa riflessione si coniuga con un rifiuto del modelli proposti dal fascismo, nella critica alle leggi razziali e alla politica del regime; in “Principî” si condanna l’aggressione alla Polonia, la concezione hegeliana dello Stato, riproponendo “la libertà” come “il fondamento unico di ogni edificio umano”. La Pira inoltre è l’erede delle istanze più avanzate del cattolicesimo sociale, che ripropone nella realizzazione delle Attese della povera gente  la verifica ultima e la realizzazione di ogni programma politico che volesse chiamarsi cristiano.

In questa prospettiva si colloca la sua così ampia e forte valorizzazione dell’importanza e del valore delle città, e di Firenze in primo luogo, una sottolineatura che va ben al di là di una tradizione storica ben riconosciuta e che era stata variamente declinata. Nella sua idea di città, in particolare da quando nel 1951 diviene sindaco, c’è anche la volontà di riproporre una linea politica che aveva trovato molte difficoltà a livello nazionale e che aveva visto Dossetti ritirarsi dall’attività politica.

Durante la crisi de La Pignone La Pira scriveva a tutti i vescovi italiani chiedendo una solidarietà per la difficile battaglia intrapresa della difesa dei diritti dei lavoratori. La sua era una richiesta di intervento, che in realtà si appellava ad una supplenza, di fronte alle difficoltà incontrate a livello nazionale, anche all’interno del partito, per riuscire ad ottenere quelle riforme “ampie e strutturali” che riteneva necessarie, e per opporsi in modo efficace al comunismo, non tralasciando una nota parzialmente polemica: “Dossetti fu facile profeta”.

La città diviene pertanto nella sua prospettiva un soggetto protagonista, il luogo dove si può fare politica a tutto tondo, per la pace in primo istanza, con i vari convegni, con una serie di iniziative per la pace, contro ‘la miseria o la tirannia’; una “casa comune” dove si progettano e costruiscono nuovi quartieri, come quello dell’Isolotto, che possano rispondere ad una immagine più ricca e complessiva del vivere civile, dove bisogna provvedere alla “casa, al lavoro, all’assistenza” in una prospettiva politica, prima che religiosa, di una costruzione della democrazia a partire dalle esigenze di tutti.

Ma La Pira è anche uno dei protagonisti più rilevanti di una stagione religiosa, che vista da una prospettiva ecclesiale come quella fiorentina, appare più articolata e vivace della immagine prevalente del pontificato di Pio XII. Le sue Lettere al pontefice, se evidenziano consonanze e una grande disponibilità all’obbedienza, rivelano anche una capacità di denuncia, una autonomia e indipendenza di giudizio e di proposte non comuni. Saper leggere queste dinamiche, nella loro complessità, permette di cogliere più in profondità anche le prospettive generali della realtà religiosa ed ecclesiale italiana nel suo complesso.

 

  Bruna Bocchini Camaiani