Dal potere temporale a Montini

           
           Tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del nuovo secolo la questione romana si andò stemperando nei suoi risvolti politici, mentre affioravano i problemi di fondo dello sviluppo della società: la partecipazione dei cittadini, l’esercizio dei doveri e l’acquisizione dei diritti, il progresso economico e industriale, la giustizia sociale. Intanto la revisione, voluta dal papa, dell’organizzazione del movimento cattolico con lo scioglimento dell’Opera dei Congressi e la creazione dell’Unione Popolare e degli altri rami di Azione Cattolica, la cresciuta vitalità della presenza cattolica nelle amministrazioni locali e la capillare diffusione dei giornali delle associazioni, delle parrocchie e delle diocesi davano avvio ad una circolazione nazionale di idee, di progetti, di conoscenza reciproca, una innervatura positiva all’unità del Paese, pur nel contesto delle divergenti scelte politiche e sociali dell’età giolittiana.
         Tra il 1910 e il 1914  in Italia, come in gran parte d’Europa,  si erano affermate correnti nazionaliste sulla scorta degli sviluppi della rivoluzione industriale e della modernizzazione tecnologica in forte contrapposizione ai movimenti socialisti, e il tema dell’amor di patria, alternativo ad ogni incrinatura dell’ordine costituito, divenne quasi una discriminante di autentica cittadinanza. I cattolici ne furono coinvolti non tanto al momento  della guerra italo-turca quanto già prima nel 1910, in occasione delle celebrazioni dei quarant’anni dall’ingresso in  Roma dell’esercito  italiano e, nel 1911, dei cinquanta dalla proclamazione del regno d’Italia. In esse, a fronte di alcune accentuazioni di stampo massonico ed anticlericale, fu ripetutamente affermata la fedeltà dei cattolici alla patria, rifiutando però la laicità dello stato intesa come disconoscimento della sua storia e del legame profondo della religione professata con il sentimento e l’azione nazionale.
   Esplicite furono in tal senso le dichiarazioni del conte  Giuseppe Dalla Torre, giovane direttore del quotidiano cattolico padovano “La libertà” e dal 1912  presidente dell’Unione Popolare. Alla vigilia del 20 settembre 1911, parlando del ciclo commemorativo della “rivoluzione italiana” e denunciandone la distorsione anticattolica da parte di talune forze liberali, egli domandava polemicamente a quelle che chiamava le fazioni del liberalismo: “che cosa avete fatto voi per unificare moralmente l’Italia e consolidarne l’unità politica? Che cosa avete concesso ai cittadini cattolici; quali soddisfazioni avete loro offerto? Avete negato ad essi di chiamarsi italiani, avete loro negato persino la Patria, di cui li additaste nemici” . (1)  
          Ancora più evidente divenne la rivendicazione di un posto di tutto rispetto nell’amore e nella fedeltà alla nazione italiana nell’ VIII settimana sociale dei cattolici italiani celebrata a Milano nel novembre 1913 nel centenario dell’editto di Costantino del 313. Nelle relazioni, che toccarono vari argomenti attinenti alla visione cristiana della società in profonda trasformazione, venne delineato un progetto di intervento che andava ben oltre gli accordi clerico moderati applicati nella tornata elettorale da poco conclusasi, con accenti in parte polemici nei confronti di laicisti e di socialisti e in parte preponderante permeati di orgoglio per le capacità e le potenzialità dei cattolici, ma il senso complessivo di quelle giornate venne dato dal discorso conclusivo del conte Dalla Torre.
          Con forza dialettica e con sentita retorica il presidente dell’Unione Popolare ribadì la qualità provata della cittadinanza dei cattolici, proclamando la loro fedeltà di sudditi dello Stato, riconoscendone pienamente la missione civile, asserendo l’obbedienza alle sue leggi ed alla sua autorità, ma respingendo la sua pretesa indifferenza ed estraneità rispetto al valore della religione tanto per ciò che concerneva il contributo da essa offerto nella formazione della nazione quanto per  i suoi sviluppi in un avvenire di libertà e di fraternità.  E con una certa sottile distinzione tra Stato e Patria diceva di quest’ultima: “ La Patria, noi la poniamo e la vediamo più in alto; sovra ogni contrasto, sovra ogni lotta, sovra ogni aspirazione dei singoli, dei partiti, della collettività” e, dopo aver elencato gli elementi nei quali poteva riconoscersi la patria italiana, concludeva: “ Noi sentiamo, insomma, ed amiamo la Patria in tutto il suo patrimonio di fede, di civiltà, di gloriosi esempi, che lungi dall’essere un’arcaica astrazione di cerimonie pubbliche o ridursi ad un monopolio di parte, è fonte di sempre nuovi e sani propositi, è promessa di felici destini, è culla di cristiana fraternità tra i suoi figli! “.  (2)              
        Proprio l’indicazione di quel patrimonio conteneva un interessante richiamo alla pluralità dei valori radicata nella molteplicità degli ambiti culturali e territoriali, che non era coincidente con l’impostazione di Luigi Sturzo, già politicamente indicata nelle autonomie nel discorso programmatico del 1905, e che tuttavia evocando i profili delle città, il prestigio delle storiche università, la bellezza della natura, la fioritura dell’arte sacra, la presenza   delle cattedrali e dei santuari sorgenti di vita spirituale, le industrie antiche e le officine moderne, mostrava quanto fosse ormai profondo e consolidato il senso della civitas  sia nella sua accezione generale sia in quella specifica delle municipalità. Ritornava ovviamente il riferimento a Roma, doppiamente capitale, ma senza che il suo primato indiscusso oscurasse le altre città, sulle quali tutte il Dalla Torre auspicava che il simbolo cristiano della Croce, a cominciare da Roma, si ergesse a segno della Patria per tutto il popolo operoso e di fraternità cristiana per l’avvenire.  (3)     
          Le tremende sofferenze ed i lutti della Grande Guerra, la partecipazione delle comunità più remote del Paese e lo sforzo collettivo accrebbero grandemente il rilievo del necessario carattere diffuso e popolare dell’unità nazionale, evidenziando fortemente il debito dello stato verso la società anche nelle sue frange più marginali. I cattolici si trovarono allora in una situazione non semplice ad affrontarsi, posti com’erano tra le due Rome, quella universale invocante la pace e quella della nazione che chiamava al dovere: risposero a questa seconda ancora con una più o meno esplicita distinzione tra Stato e Patria, riconoscendo in  quest’ultima il possibile accordo con la coscienza religiosa. Anche per essi comunque la Patria doveva farsi prossima e quasi rivestirsi di specificità concreta nelle regioni, nei paesi, nelle città, un compito ancora in gran parte da svolgere e per certi versi reso più arduo dalle modalità dell’intervento e della conduzione del conflitto.
         Lo Stato accentratore fascista non solo non pagò quel debito, ma progettò e in gran parte attuò l’uniformità nazionale, ammantata di nuova romanità, inquadrando nelle file del regime la scuola, la formazione dei giovani, le attività economiche, la cultura, l’arte, la comunicazione, e portando l’Italia, militarizzata e stretta da un patto di ferro alla Germania nazista, in una guerra assurda e disastrosa. Nel ventennio i palazzi del Littorio, i simboli fascisti, l’urbanistica imperiale si innestarono in modo spurio nei profili cittadini; adunate,  parate, cerimonie e canti scandirono i ritmi quotidiani; uno stile  di vita prescritto e controllato calò dal centro e dall’alto sino a che la crisi interna, la sconfitta militare e la rivolta degli animi e  dell’azione popolare portarono alla liberazione del Paese e alla rinascita civile e democratica.
         Ma pur negli anni della Conciliazione tra Stato e Chiesa e del consenso al regime cominciarono a svilupparsi fermenti di rinnovamento nel cattolicesimo italiano in una nuova generazione, libera dal retaggio della questione romana ed insofferente della strumentalizzazione della religione a fini di potere. Giovani studenti universitari riuniti nella Fuci e intellettuali del movimento laureati di Azione Cattolica con la guida di alcuni sacerdoti aperti al mondo moderno, tra i quali mons. Giovanni Battista Montini, iniziarono un percorso culturale e civile all’insegna del primato della coscienza con l’obiettivo di  un servizio qualificato per il bene comune della società e secondo il criterio della doppia cittadinanza del cristiano nella città di Dio ed in quella dell’uomo. Non era ancora possibile tradurre apertamente in pratica tale formazione, ma essa sarebbe stata ben presto messa alla prova nella Resistenza e nella costruzione della Repubblica: è bene osservare però che anche in quella fase preparatoria protagonisti furono prevalentemente i gruppi locali, nelle singole università e città, con chiara tendenza a valorizzare la molteplicità e l’ originalità e a favorire una rinascita dal basso e da punti sicuri di appoggio.
        D’altra parte la forzata sottomissione alla responsabilità dei singoli vescovi della sorveglianza delle associazioni di Azione Cattolica, se limitava il rilievo nazionale della principale organizzazione del laicato cattolico per non indebolire l’Opera Nazionale Balilla e la Gioventù Italiana del Littorio, favoriva proprio il loro sviluppo nelle diocesi, ovviamente a seconda dell’orientamento pastorale di singoli presuli, ma comunque con un recupero delle specificità quale fondamento di cattolicità ed universalità. Molto rilevante fu allora e sino al termine degli anni quaranta la crescita e la diffusione capillare dei settori giovanili maschili e femminili con la esemplarità di molti dirigenti locali che saranno in seguito protagonisti del movimento nazionale.
         In campo culturale un posto singolare spetta all’Università Cattolica del S. Cuore, nella quale si formarono e poi insegnarono docenti che a buon diritto vanno annoverati tra i promotori di una moderna laicità cristiana, capace di contribuire alla preparazione del Concilio Vaticano II ed all’esercizio di una cittadinanza attiva fuori da ogni clericalismo senza cedimenti al secolarismo. Tra di essi si possono ricordare Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati, quest’ultimo riscopritore di uno dei testi patristici più eloquenti rispetto al rapporto tra il cristiano e il mondo, la lettera A Diogneto, documento base della cittadinanza dei cristiani, di grande attualità cui fece riferimento l’insegnamento sui laici del Vaticano II. Entrambi in tempi diversi della loro vita unirono impegno scientifico ed accademico a radicale esperienza spirituale, sino a costituire comunità di speciale consacrazione religiosa, cimentandosi tuttavia nell’agone politico nel momento fondativo della Repubblica dei cui valori costituzionali saranno sempre laicamente propugnatori ed interpreti.
        Tale inusitata simbiosi di alto livello di spiritualità e di vissuto civile non fu un’ eccezione solitaria  nel cattolicesimo  italiano a metà del Novecento, quando si intersecarono due generazioni, quella che usciva già adulta dal periodo fascista e dalle rovine della guerra e quella in età giovanile alle prime prove nel mutato contesto istituzionale e sociale, la terza generazione di quel secolo, come un gruppo di essa volle chiamarsi. I professori della Cattolica fecero da perno a tale succedersi ed accanto ad essi una personalità non uscita dall’humus milanese e settentrionale, venuta da un altro crogiuolo di  studi e di vita morale, la Sicilia, anzi la Messina dei Quasimodo e dei Pugliatti, ed approdata alla Firenze degli anni trenta e quaranta, cenacolo di letteratura, di poesia, di arte, di fede, non omologato dal regime ed ansioso di cose nuove: Giorgio La Pira. Erano ancora le città, di proporzioni grandi o piccole e non dimentiche della loro storia e della loro anima,                                                   
ad essere terreno fecondo di rinascita.
          La Pira diverrà , secondo la definizione di un suo antico allievo ed amico, il “ cantore di Firenze”,  la città che egli amò intensamente e totalmente per tutta la vita dopo esservisi  stabilito trentenne e della quale sarà non solo il sindaco, ma una delle voci religiose ed umane più significative nell’età contemporanea. (4) Essa fu per lui patria di adozione, fiorentino non per discendenza di sangue né per occasionale nascita, ma per scelta definitiva, luogo della sua avventura umana e della sua missione di cristiano. Studioso e docente di diritto romano, cristiano ridondante di fede entusiasta ed espansiva, non poteva non riconoscere  a Roma il primato  del diritto e dell’annuncio del Vangelo, la sede di Pietro, la Gerusalemme nella quale, come recita il salmo, tutti gli appartenenti al popolo di Dio erano nati. Ma tale cittadinanza ideale e spirituale, in modo non dissimile da quanto la Bibbia diceva degli israeliti, valorizzava ogni provenienza e radicamento,  anzi dava ad essi una valenza  universale, mentre era segno e legame di unità.
         La Roma del tramonto del regime fascista non era più riconoscibile come madre di una civiltà antica,  evocata solo per fasti guerrieri, caricata di orpelli imperiali e piegata a giustificare sogni di potenza da realizzarsi con le armi e senza troppi scrupoli. Ben diversa , antitetica, alla vigilia della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale era per La Pira Firenze,  nella quale e dalla quale egli disegnava la sua utopia cristiana ed umanistica, non in contrapposizione alla capitale del regno, bensì in funzione della sua liberazione da ciò che non le apparteneva e non le si confaceva, in attesa del ritorno alla sua autentica vocazione universale. La pubblicazione della rivista “Principi”  fra il 1939 e il 1940 può essere assunta a simbolo di un percorso di rigenerazione che egli iniziò in un ambiente  di vivace  espressione culturale, artistica e spirituale.
          Egli non era e non si sentiva un solitario cercatore del bene comune, un missionario laico venuto dal di fuori, una voce non accordabile con quelle di altri cristiani o di non credenti del suo tempo e della sua terra di adozione. Insieme con gli amici dell’Università Cattolica e con molti intellettuali del movimento cattolico partecipò dapprima alla redazione di un progetto di società italiana che diverrà il fondamento dell’azione dei cattolici democratici e poi, dopo la liberazione del Paese, alla scrittura della Carta costituzionale in dialogo con persone di ogni credo politico. La sua utopia avrà in  seguito sempre questo carattere comprensivo ed amichevole nei confronti di tutto il mondo, ma porrà il suo fulcro nella città, quella ideale dei filosofi e dei protagonisti dell’umanesimo cristiano e quella concreta, la sua Firenze ed ogni altra capace di interpretare l’anima del proprio popolo e disposta a riconoscersi in una visione oltre ogni particolarismo.
         E’ possibile scorgere in una simile città l’analogia con l’Amauroto dell’Utopia di Tommaso Moro, luogo di fraternità, di giustizia, di universalità, ad un tempo cristiane nei valori e laiche nella declinazione sociale. Comunque il fiorentino La Pira, pur non avendo scritto un’opera al pari di famosi utopisti del Rinascimento e dell’età moderna, ne è il continuatore come sindaco, come italiano, come cattolico, mentre anche per questo condivide in singolarità di espressione l’abbinamento di laicità cristiana e di impegno civile di quella parte del movimento cattolico italiano, che va sotto il nome di “montiniana” e che in lui trova un accento spiccatamente “giovanneo”. Proprio con i due successori di Pio XII egli ebbe una particolare consonanza in occasione della celebrazione del centenario dell’ unità d’Italia nel 1961.                         
Nel luglio del 1961 l’arcivescovo Montini  visitò a Torino l’esposizione Italia ’61 soffermandosi nei padiglioni dedicati  al lavoro, sia in quello unitario sia in alcune mostre regionali tra le quali quella lombarda. Di questa visita  diede conto in un importante messaggio diretto al clero e ai fedeli dell’arcidiocesi milanese in occasione del Ferragosto di quell’anno. In tale documento dedicato ad illustrare la necessità  che la fede cristiana si faccia carico del mondo del lavoro traendo frutti dall’insegnamento dell’enciclica di Giovanni XXIII “Mater et Magistra”, egli additava la via di un cammino della fede e della Chiesa verso un mondo moderno e traeva proprio dalla visita a Torino lo spunto per guardare con fiducia all’Italia unita.
    Scriveva infatti: “L’enciclica sociale, testé pubblicata (si riferiva alla Mater et Magistra) ci fa pensare ad un altro argomento, che ci pare collegato e degno anch’esso di molta riflessione. Lo tocchiamo appena e soltanto e sotto un aspetto particolare; ma ci sembra troppo attuale e importante perché lo possiamo tacere: ed è quello del Centenario dell’unità d’Italia.”  
    Il collegamento che Montini faceva tra l’importante atto magisteriale di Papa Giovanni XXIII e l’evento di celebrazione dell’unità italiana era un’ evidente espressione sia dell’attenzione e della valutazione positiva del processo di unificazione del Paese, sia l’indicazione di un compito di cittadinanza, laicamente inteso, dei cattolici. E riferendo le sue impressioni ed esprimendo gratitudine per aver avuto l’occasione dell’esperienza torinese, proseguiva con una vera e propria dichiarazione di ammirazione per l’Italia e per il suo progresso: “ siamo grati a chi ci ha procurato questo onore e che ci ha accompagnati e fatto gustare questa stupenda documentazione sul nostro Paese, sul mondo, sul suo meraviglioso progresso, sul volto della vita contemporanea. È stata per noi lezione feconda di meditazione, di cui non vogliamo qui rilevare che un solo punto. E cioè il bisogno, il dovere, la possibilità, l’urgenza che il lievito della religione cattolica sia profondamente, sapientemente, modernamente, inserito nella immensa e complicatissima mole della vita moderna”. E concludeva con un accenno al superamento dei contrasti che avevano segnato l’Ottocento: “ Raramente il rammarico delle vertenze e delle incomprensioni,  di cui è tessuta la storia del secolo commemorato, ci è stato così vivo, e raramente così viva la speranza, la preghiera, ci è nata nell’anima per la rigenerazione spirituale del nostro popolo e di tutti i popoli oggi in movimento sulla terra”. Ma il tratto più significativo del rapporto che egli vedeva possibile e necessario con la società civile e con la realtà politica dell’Italia, era il seguente: “ Diciamo questo perché fra i tanti benefici, che possono derivare dalla celebrazione del primo secolo di vita unitaria italiana, anche questo possa ottenersi, e non ultimo: quello d’una fusione spirituale, profonda degli animi della nostra gente in quella inesausta fede dei Padri, dalla quale può e deve scaturire l’animazione vigorosa e gioiosa della vita veramente unitaria e nuova del popolo italiano. Ai cattolici nostri l’invito perciò a raddoppiare l’amore per il loro Paese e per la vita del mondo contemporaneo”. (5) Si intravede in queste parole con chiarezza un autentico compito di laicità cristiana da esercitarsi nella cittadinanza, assegnando all’ispirazione cristiana – e non a una idea di riconquista cattolica, il compito di contribuire ad animare l’unità del popolo italiano. Montini non si fermava perciò a compiacersi del percorso compiuto nel corso dei cento anni dal 1861 ma indicava in esso la presenza costante di tensione unitaria alla quale dovevano sempre ispirarsi i cattolici italiani.
    Proprio in quel torno di tempo un importante esponente del movimento cattolico, Giuseppe Lazzati, al quale l’arcivescovo aveva affidato la direzione del quotidiano “l’Italia” e la presidenza dell’Azione cattolica ambrosiana , sul fondamento dei suoi studi accademici nei quali aveva riproposto la lettura critica della lettera  A Diogneto e della sua partecipazione attiva alla preparazione del laicato verso il Concilio, andava formulando l’idea della doppia cittadinanza del laico cristiano, promuovendone con scritti, discorsi ed azione la diffusione.  
    Il collegamento tra la modernità nella Chiesa nell’ottica della preparazione del Concilio Vaticano II e la valorizzazione della cittadinanza, ritornano un anno dopo proprio alla vigilia dell’apertura della grande assise del cattolicesimo, quando il card. Montini tenne un solenne discorso a Roma in Campidoglio il 10 ottobre 1962 dal titolo “Roma e il Concilio” alla presenza del Presidente della Repubblica e delle altre massime autorità politiche e civili. (6) In quell’occasione egli affrontò con lucidità e senza remore sia il tema della questione romana e della contrapposizione tra Stato e Chiesa dopo il 1870  sia più specificamente quello del significato di Roma quale capitale della nazione italiana e centro della cristianità. Il suo discorso prese le mosse proprio dal raffronto tra la situazione del Concilio Vaticano I, sospeso con la Bolla “ Postquam Dei Munere” del 20 ottobre 1870 e quella del Vaticano II che si apriva il giorno seguente 11 ottobre 1962. E’ interessante osservare il giudizio non consueto che Montini dava della situazione  di Pio IX in quel critico autunno dell’annessione di Roma all’Italia. A suo dire il Papa usciva glorioso dal Concilio Vaticano I per la definizione del dogma dell’infallibilità pontificia e umiliato per la perdita del potere temporale, ma “ fu allora che il Papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di Maestro di vita e di testimonio del Vangelo, così da salire a tanta altezza nel governo spirituale della Chiesa e nell’irradiazione morale sul mondo, come prima non mai”. Una delle affermazioni più nette in quel particolare ambiente fu quella che indicava il Papato dopo la Breccia di Porta Pia come “privato, anzi sollevato, dal potere temporale” e che avrebbe potuto svolgere egualmente la sua missione. In altre occasioni egli aveva ed avrà modo di sottolineare ulteriormente  l’aspetto liberatorio della perdita del potere temporale ai fini della missione religiosa del Papa e della Chiesa, ma in Campidoglio pur segnalando i contrasti e le passioni che resero difficile la soluzione della questione romana volle esplicitamente rivalutare il processo di unificazione del Paese con particolare riguardo alla proclamazione di Roma capitale .
         L’arcivescovo di Milano rendeva  omaggio al processo di unificazione italiana e rilevava l’intrinseco legame tra il Risorgimento e la scelta di Roma capitale, citando proprio Cavour “ che nel marzo 1861 affermava con commozione e con forza, plaudente il primo Parlamento italiano, che nessuna altra Città fuori di Roma poteva dare alla nazione italiana la pienezza della sua dignità statale. Così fu e così è”. Non era solo riconoscimento dei fatti compiuti, ma piena comprensione di una conclusione naturale del movimento unitario, che in certo senso calava in una ben definita realtà statale la dimensione storicamente universale della sede dei Cesari e dei papi, senza tuttavia sminuirne la missione civile e cristiana oltre ogni confine. Anzi il ragionamento del card.  Montini, partendo addirittura dal significato della venuta a Roma degli apostoli Pietro e Paolo,  individuava in essa la potenzialità di sviluppare il principio della duplice potestà dello Stato e della Chiesa “ il principio che postula al tempo stesso l’armonia fra i due poteri, e la loro reciproca liberazione, la liberazione cioè dello Stato da funzioni sacerdotali non sue e la liberazione della Chiesa da funzioni temporali egualmente non sue”. Erano queste parole che suonavano come una dichiarazione dello spirito con il quale egli si accingeva a prendere parte al Concilio del quale sarà, dopo la morte di Giovanni XXIII, protagonista e guida.           
         Con tale elogio di Roma il card. Montini nulla toglieva alla città della quale era arcivescovo  ed alla quale da buon lombardo, per tradizione familiare e per profondo legame di fede e di cultura nella scia di S. Ambrogio, guardava con intenso affetto. Di Milano a più riprese descrisse la ricchezza culturale, la molteplice attività sociale, l’operosità delle sue componenti, l’apertura ad ogni nuova iniziativa, il valore cristiano ed etico dello spirito ambrosiano. La monumentale edizione dei suoi scritti milanesi testimonia un rapporto straordinario con ogni ambiente civile ed umano, un impegno pastorale profuso senza limiti, ed insieme il compiacimento di operare per il Vangelo in un luogo consono al suo sentire di cristiano e dal quale guardare all’Italia e al mondo.
Milano, Firenze, così diverse fra di loro, eppure per lui come per La Pira città protese a simboleggiare l’italianità con la loro singolarità, originali e libere nel loro modo di vivere il cattolicesimo romano.              
         Non diversamente dal gruppo dei montiniani si levavano voci di laicità della cittadinanza, di riconoscimento del valore della patria italiana incarnata nella repubblica e nella sua carta fondamentale e di contestuale promozione delle comunità cittadine:  a Milano il prof. Lazzati, animato da vigoroso spirito ambrosiano in stretta consonanza e collaborazione con il suo arcivescovo, a Bologna il prof. Dossetti in procinto di dedicarsi totalmente alla sua vocazione   religiosa, eppure impegnato nel servizio della città felsinea durante l’episcopato del card. Lercaro, a Roma l’ancor giovane ma affermato docente Vittorio Bachelet, vicepresidente e prossimo presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana. Quest’ultimo non mancherà, concluso il suo ruolo in quella associazione, di impegnarsi nel consiglio comunale capitolino, ma già manifestava pubblicamente nel 1961 il pensiero che nel decennio precedente il movimento degli intellettuali cattolici e lui personalmente erano andati elaborando in tema di impegno civile.
            Rievocando nel loro centenario la proclamazione del regno d’Italia e quella di Roma capitale, egli dichiarava che i cattolici celebravano “ con gioia piena l’unità d’Italia e suoi cento anni di vita”, una unità che “ è un bene comune, una ricchezza essenziale della comunità nazionale” ma che tuttavia “si conquista ancora con l’opera di tutti giorno per giorno” con impegno sempre rinnovato per arricchire la comunità nazionale dei valori umani e cristiani che ne costituiscono “la indispensabile alimentazione e il più solido cemento”. (7)  Egli rivendicava il contributo unificante offerto nei cento anni dal movimento cattolico con la sua organizzazione nazionale e con la circolazione delle idee e dei valori spirituali e civili, ma anche sottolineandone la dimensione popolare, che potremmo dire essere l’altro volto della sopra ricordata pluralità e coralità. Lo stesso Bachelet  aggiungeva che la solidità dello spirito nazionale, basato sull’impianto della carta costituzionale, consentiva  una proiezione a livello internazionale iniziando dall’Europa, come testimoniava l’apporto dei cattolici al movimento federalista europeo ed ai suoi primi risultati positiv

           Il Concilio Vaticano II, con la presenza a Roma dell’episcopato mondiale e degli osservatori religiosi delle altre confessioni cristiane e dei laici,  e l’ascesa al soglio pontificio di Montini furono per La Pira un segnale provvidenziale, quasi una sorta di chiamata per una nuova missione, dagli orizzonti sconfinati, per la quale aveva già intensamente lavorato ma che ora, alla fine del suo mandato di sindaco, pareva divenire il compito essenziale a lui assegnato. Non era una cesura né per la sua vita personale né nel suo modo di intendere la Chiesa e la funzione del pontificato, tant’è vero che egli scorgeva una linea coerente ed ascendente nell’annuncio del Vangelo oltre ogni confine, politico, ideologico e culturale, e nel perseguimento della pace da parte di Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI.  
         Proprio in questa fase di slancio e nel bel mezzo dei suoi contatti con protagonisti della politica mondiale e mediterranea per dirimere contrasti e far cessare conflitti, si verificò l’alluvione che sommerse i quartieri storici di Firenze, arrecando danni ingenti tanto ai beni culturali ed artistici quanto alle abitazioni e al mondo del lavoro. Per La Pira fu come una ferita al cuore di quella città che per lui rappresentava il centro propulsore della catarsi cristiana ed umana per la quale si era speso senza risparmio negli anni del sindacato e per la quale ora aveva intensificato ed esteso il suo impegno. Gli storici hanno ampiamente ricostruito quell’evento sia nei suoi aspetti generali sia in riferimento a lui, tuttavia nelle lettere che egli inviò a Paolo VI in quel drammatico frangente si può cogliere con maggiore chiarezza la sua visione del rapporto tra Roma e Firenze nell’ottica dei rispettivi ruoli nella comune missione ed i contorni del suo personale progetto.
        Erano trascorsi una decina di giorni dall’ inondazione quando egli ricorse al sostegno spirituale e concreto del papa, inviandogli secondo la sua particolare sensibilità copia di una circolare della Conferenza di S. Vincenzo per illustrargli le necessità dei poveri e di quanti si trovavano adesso in stato di bisogno. Nella lettera egli si poneva la domanda del senso del dramma della città “ forse più significativa nella storia religiosa e civile non solo dell’Italia ma del mondo” ,  dramma che  in qualche modo a suo dire colpiva l’intera civiltà cristiana. (8)  Il ricorso a tale forma classica di paradosso trovava il suo modello e la sua ragione  nella consuetudine lapiriana di leggere i segni dei tempi con metodo biblico, metodo che egli adotterà in tutta la successiva corrispondenza con papa Montini circa Firenze sofferente.
        Infatti per lui era applicabile alla città la “teologia di Gerusalemme” e con interrogativo retorico, per quanto dolorosamente sofferto, si chiedeva se fosse destinata come l’antica alla morte o alla resurrezione, se meritasse il pianto di Geremia o la speranza e la ricostruzione di Esdra e di Neemia. ( 9) E due giorni dopo, scrivendo nuovamente a Paolo VI, tornava a considerare la voce di quei profeti come riferibile a Firenze/ Gerusalemme e richiedente una riflessione sulla sua missione, anzi – e qui si intrecciava il binomio con Roma -  su quella dell’Italia, richiamando “quanto disse Pio XII ( maggio 1958) sulla missione dell’Italia” e i “messaggi” “ che il Signore ha suscitato – per la pace nel mondo – “inviando a Roma “ Giovanni XXIII, i Padri Conciliari, Paolo VI”.( 10)
         Sempre in una visione di teologia biblica della storia giungeva ad invitare il 22 novembre con insistenza il papa a visitare Firenze colpita dal “diluvio”, a visitarla  dopo l’imbrunire, come Neemia fece a Gersalemme,  per avere la sensazione fisica della “sommersione” dei quartieri entro le mura, quello di S. Croce caro a Dante, delle chiese, delle strade, delle biblioteche. (11) Ma l’accorata richiesta, reiterata il 24 novembre, non era solo motivata dal desiderio di far conoscere le necessità ma anche dall’interpretazione che La Pira dava di quella condizione di desolazione e di crocifissione come annuncio di necessaria resurrezione e di affidamento di nuovi straordinari compiti.
Egli non risparmiava l’iperbole definendo Firenze “ la città cristianamente più bella del mondo”, “la casa più bella che il Signore si è costruito per abitare in mezzo agli uomini”, immagine per quanto piena di ombra della “città di sopra” della celeste Gerusalemme, riprendendo arditamente nel rivolgersi al papa l’espressione usata dal Savonarola e poi dai circoli religiosi e culturali del ‘500 fiorentino di “ seconda Gerusalemme”.  E spiegava che la provvidenza divina aveva permesso quella ferita quasi mortale per suscitare presso tutti i popoli l’amore di Firenze, ossia l’amore dei valori supremi religiosi della civiltà cristiana, biblica, umana. Venendo a visitare la città ancora profondamente segnata dall’alluvione, quasi in pellegrinaggio a Gerusalemme, il papa ne avrebbe tratto “ pensieri apostolici di grande valore per la pace e la civiltà di tutti i popoli”. (12)
         In tale prospettiva biblica La Pira non chiedeva una visita solenne, ufficiale, formale, bensì una visita senza clamore,  quasi in segreto, affinchè il papa potesse in tal modo percepire più fortemente il valore che egli attribuiva alla città in ordine alla sua vocazione di civiltà nel mondo. L’accostamento di Roma a Firenze suonava però con accenti diversi da quelli savonaroliani, riecheggiando se mai nel rispetto del primato di Pietro la peculiarità dell’apostolo Paolo, così caro al pontefice che ne portava il nome. La città colpita dall’Arno assumeva contorni paolini di proiezione verso ogni parte del mondo  ed insieme di icona di ogni città o come La Pira la definiva “ città comune del mondo”. (13)   
         Quando poi l’undici dicembre venne a sapere che il papa sarebbe realmente venuto a compiere a Firenze una celebrazione natalizia, la sua gioia divenne incontenibile e, scrivendo il suo ringraziamento a Paolo VI, egli proruppe in una lettura dai toni profetici, in senso etimologico e teologico, di tale avvenimento straordinario, ponendolo in connessione con l’itinerario da lui compiuto da sindaco per la pace e la civiltà secondo la sua originale interpretazione della storia di Firenze dentro la storia di quegli anni turbolenti e minacciosi, utilizzando proprio un brano della lettera ai Romani di San Paolo ( cap. 15, 4-9) letto nella seconda domenica di Avvento. E dopo aver detto che anche Dante aveva adottato un metodo teologico, riferendosi a Roma ed a Firenze “figlia di Roma” , si domandava retoricamente  se vi fosse chiesa al mondo, salvo quella di Roma,  confrontabile per qualità e numero di santi e di vita religiosa con quella di Firenze e se vi fosse civiltà che dal punto di vista dell’ispirazione cristiana e biblica paragonabile a quella fiorentina. E  a tal fine ricordava il primato della Divina Commedia, ma anche quello dei sommi pittori, scultori, architetti e via dicendo sia per la perfezione artistica sia soprattutto per l’ispirazione cristiana. ( 14)      
         Il papa   si recò a Firenze il 24 dicembre, sostando dapprima in S. Croce, ove fu salutato dal sindaco, quindi nella residenza arcivescovile, ove tenne un breve discorso alle autorità religiose e civili, ai rappresentanti di altre città colpite e dei volontari, per concludere infine la visita con la celebrazione della messa  in S. Maria del Fiore. Nella cattedrale tenne un’omelia nella quale associò Firenze a Roma nell’itinerario di rinascita cristiana ed umana e nell’annuncio di pace, suscitando naturalmente in La Pira la più profonda emozione  e confortandolo in un ulteriore slancio di fratellanza universale. Il professore fiorentino aveva già accolto con entusiasmo il radiomessaggio del 22 dicembre, diretto ai fedeli ed al mondo intero, nel quale il papa aveva additato nella pace uno degli elementi costitutivi del Natale, toccando anche il tema della guerra in Vietnam e salutando positivamente l’annuncio di una tregua natalizia bilaterale.    Nelle quattro lettere che in pochi giorni egli scrisse a Paolo VI in ringraziamento, egli trasse da quell’evento straordinario occasione di rimotivare e di rilanciare il suo progetto di pace e di civiltà, la sua utopia operosa, presentandolo al pontefice amico. In esso si stagliano come punti cruciali proprio le città: quelle allora dolenti  Hanoi e Saigon,  Berlino e  Gerusalemme, e quelle chiamate a farsi prossime  Roma e Firenze e, benchè non espressamente citate, tante altre che il professore fiorentino aveva idealmente e spesso direttamente coinvolte nella missione pacificatrice. (15)
        Egli aveva colto anche un aspetto particolare dell’omelia  di Paolo VI, un’espressione a suo avviso quasi incidentalmente adoperata, con la quale aveva dichiarato di  sentirsi cittadino di Firenze: da quelle parole del papa, che in qualche modo richiamano quelle pronunciate da John F. Kennedy nella sua visita a Berlino nel 1961,  e che sottolineano il ruolo emblematico della cittadinanza oltre ogni specifico inveramento,  aveva tratto motivo di sottolineare l’intervento di Pietro e il suo condividere, pur nel primato, un progetto collegiale. (16)  In realtà Paolo VI aveva sin dal primo momento del suo arrivo nella Basilica di Santa Croce detto di essere onorato e lieto di sentirsi, sia pure per brevi ore “ cittadino di Firenze, vostro concittadino, Fiorentini carissimi, vostro amico, vostro fratello e, in virtù del Nostro ministero apostolico, Padre vostro” , ma ovviamente quell’affermazione era suonata ancor più solenne e calorosa nella liturgia natalizia di quella notte. (17)      
          Ancor maggiormente significativa della sollecitudine per le città e per la pace fu la sua durissima presa di posizione nella lettera al papa del  29 novembre circa il bombardamento di Hanoi effettuato dagli aerei americani, da lui definito “ la strage degli innocenti” con esplicito riferimento alla festività del 28 e all’episodio narrato nel Vangelo, con un tagliente giudizio sul presidente americano Johnson e sul card. Spellman, definendo un “severo incidente” quanto questi aveva detto in un’omelia nella quale pareva, a proposito del bombardamento, aver presentato il fatto nel contesto dell’azione americana per la difesa della civiltà. Le parole di La Pira sono fra le più dure da lui adoperate nei confronti del presidente americano “ bisogna levare dalle mani imbelli ed irresponsabili di Johnson ( gli ho scritto questa lettera per Natale: parlo proprio della strage degli Innocenti: gliene avevo scritto un’altra prima di Natale) le armi che possono produrre la catastrofe del mondo!”.  Non da meno  quelle riferite a Spellman: “ la situazione natalizia dell’anno 1 è ripetuta: con questo di grave, che la strage degli innocenti è elevata a messaggio di civiltà in una “omelia cardinalizia”, attenuate cristianamente  dal definire l’incidente occorso al prelato “una di quelle “sviste”, di quegli “errori” che la Provvidenza permette per mutare con rapidità e decisione situazioni gravi” . (18)
            Negli anni successivi al ’66, così densi di avvenimenti nella politica internazionale e di forte transizione nella comunità ecclesiale post conciliare, La Pira si dedicò a tessere le fila del suo progetto di cooperazione tra i popoli nella costruzione della pace con viaggi, contatti ed organizzazione di incontri in sintonia con quanto Paolo VI andava compiendo in diverse parti del mondo in una sorta di pastorale itinerante in dialogo con le culture. E di quel pontefice egli assunse il criterio dei cerchi concentrici indicato già nella prima enciclica “Ecclesiam suam”, cerchi che muovendo dal centro propulsore della Chiesa romana finivano per abbracciare ogni continente senza imposizione d’autorità e quasi nello sforzo di disvelare ad ogni realtà il proprio destino umano e religioso. Un criterio che in più occasioni La Pira definì di “convergenza”, da lui agevolmente esteso sul terreno più laico dell’intesa e della giustizia senza più guerre, ove ciascuno potesse fare la sua parte in una architettura dai tanti pilastri, pur anzi appunto perché imperniata su valori superiori  condivisi ed unificanti.  
            Papa Montini, che aveva pubblicato nel 1967 l’enciclica “Populorum progressio”, iniziato nel 1968 a dedicare il primo giorno di ogni anno ad una riflessione sulla pace con uno speciale messaggio ed istituito un apposito organismo vaticano “Iustitia et Pax”,  nell’ omelia tenuta nella  chiesa romana del Gesù il 1° gennaio 1970 in occasione della III giornata della pace, espresse in termini perentori il dovere della pace, vertice dell’umana costruzione, asserendo che bisognava mettere alla radice della psicologia sociale la fame e la sete di giustizia insieme con la ricerca della pace. Aveva usato anche una parola particolarmente cara al professore fiorentino affermando che quel progetto non era utopia, ma progresso. Tutta la visione montiniana e il suo itinerario pastorale  stimolarono ancor più La Pira nel suo slancio universalistico da rendere operativo dalla base della comunità. Egli fece della teoria della convergenza – dei diversi e dei consimili – il paradigma dei suoi sforzi per mettere insieme fedi religiose, capi di stato, diplomazie umanitarie, istituzioni sopranazionali, per lui con riferimento a Pietro ed alla sua paternità universale, per quanti non appartenevano alla Chiesa di Cristo con la certezza escatologica , forse ingenua ma disarmante, e così capace di convincere, di una chiamata divina dell’umanità. E nei suoi scritti, come nelle lettere a Paolo VI proprio del 1970, (19) erano sempre le città a simboleggiare i passi significativi per superare la guerra e chieder pace: Helsinki, Varsavia, Pechino, Gerusalemme… Firenze per lui rimaneva sempre figlia prediletta di Roma, figlia intraprendente, e con Roma e con Firenze l’Italia, la sua gente, il suo spirito, la sua tradizione giuridica, la sua capacità di assimilare nella cittadinanza i popoli più vari, anche se proprio in tale reminiscenza del professore romanista non mancava la convinzione che una nuova era per l’umanità sarebbe venuta dai “barbari”, con i quali anche la Chiesa aveva saputo entrare in dialogo.
         La Pira fu sino alla fine un “montiniano” a modo suo  e del resto nessuno dei tre più noti “professorini” grandi amici tra di loro, appunto La Pira, Lazzati e Dossetti, fu montiniano allo stesso modo. ( 20) Così come ogni città italiana fu unitaria a modo proprio. E della profonda amicizia verso di lui è testimonianza la lettera che Paolo VI vergò di sua mano  da Castel Gandolfo il 1° settembre 1977 due mesi prima della sua morte per confortarlo e benedirlo. (21) Per La Pira Firenze fu sempre a modo suo una capitale.        

 

Alberto Monticone
    

NOTE.

    1) Quarant’anni dopo,  “La libertà”, 14 settembre 1911 in Giuseppe Dalla Torre, I cattolici e la vita pubblica italiana. Articoli, saggi e discorsi, a cura di Gabriele De Rosa, Edizioni cinque lune, vol. I, Roma 1962, pp. 147-151.
    2) Le libertà civili dei cattolici, discorso conclusivo dell’VIII Settimana Sociale, in G. Dalla Torre, I cattolici e la vita pubblica italiana, I, cit., pp. 229-230
    3)  Ivi, pp. 240-241.    
    4) Cfr. Angelo Scivoletto, La Pira poeta, sognatore, realista, in Giorgio La Pira. Un San Francesco del Novecento, a cura di Carmelo Vigna-Elisabetta Zambruno, Editrice AVE, Roma 2008, pp. 13-74, specie alle pp. 71-72.   
    5) Affinché Milano non si addormenti negli ozi estivi. Messaggio al clero e ai fedeli dell’arcidiocesi in occasione del ferragosto, in Giovanni Battista Montini (Arcivescovo di Milano), Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), Istituto Paolo VI, Brescia  1997, III (1961-1963), doc. 1828, 12.VII. 1961, pp. 4530-4536.
    6)   Roma e il Concilio, Ivi, doc. 2075, pp. 5348-5361.
    7)   Vittorio Bachelet, Una celebrazione serena, in “Iniziativa”, 14 (1961), 6-7, 22 aprile, p. 4, ora in Vittorio Bachelet, Scritti civili, a cura di Matteo Truffelli, Editrice Ave, Roma 2005, pp. 883-885.    
    8) La consultazione della corrispondenza tra Giorgio La Pira e papa Paolo VI mi è stata gentilmente concessa dalla Fondazione Giorgio La Pira, che vivamente ringrazio. La lettera di La Pira a Paolo VI, del 15 novembre 1966 è in FGLP, busta 162, fasc. 1, doc. 471.  
     9)  Ivi.            
    10)  FGLP. La Pira a Paolo VI, 17 novembre 1966,  busta 162, fasc. 1, doc. 472.       
   11)  Ivi.
   12)  FGLP.  La Pira a Paolo VI, 24 novembre 1966, busta 162, fasc. 1, doc. 475.        
   13)  FGLP. La Pira a Paolo VI, 2 dicembre 1966,  busta 162, fasc. 1, doc. 476.        
   14)  FGLP. La Pira a Paolo VI, 11 dicembre 1966, busta 162, fasc. 1, doc. 478. La visita di Paolo VI a Firenze per celebrarvi la messa nella notte di Natale era un’assoluta novità nella tradizione dei riti natalizi del pontefice, che di norma compiva quella celebrazione nella Cappella Sistina alla presenza del corpo diplomatico accreditato presso la Sante Sede. Papa Montini altre due volte fece un’eccezione analoga, recandosi presso gruppi di lavoratori in Italia: nel 1968 al centro siderurgico di Taranto e nel 1972 in un cantiere autostradale al monte Soratte presso Roma. Cfr. l’interessante puntuale intervento di Giovanni Maria Vian in I viaggi apostolici di Paolo VI. Colloquio internazionale di studio. Brescia, 21-22-23 settembre 2001, a cura di Rodolfo Rossi, Istituto Paolo VI Brescia – Edizioni Studium Roma, Brescia 2004, pp. 184-187. A ricordo di quell’avvenimento straordinario ancora a distanza di quasi mezzo secolo la messa di Natale viene celebrata in S. Maria del Fiore dall’arcivescovo di Firenze con i paramenti e le insegne pastorali pontificie usate da Paolo VI.
   15) Le quattro lettere furono scritte in sequenza ravvicinata, in un crescendo di letizia e di riconoscenza. La prima, vergata di getto il giorno stesso di Natale, esprimeva l’immediatezza dei sentimenti suscitati dalla celebrazione nella notte in S. Maria del Fiore. La seconda , datata S. Stefano, di quattro fitte pagine dattiloscritte costituisce come una sintesi del pensiero di La Pira circa la costruzione della pace nel mondo secondo la vocazione universale di Roma, sede dei papi,  e quella di Firenze, capofila delle città. La terza del 27 dicembre, festività di S. Giovanni evangelista, traeva da tale ricorrenza e dal prologo del Vangelo giovanneo ulteriori motivazioni alla realizzazione della vocazione universale e cristiana di Firenze, con precisi accenni a progetti per il futuro, posti anche in forma di domande retoriche. La quarta, del 29 dicembre, era sempre dedicata a commentare il discorso del papa nella messa di Natale in prospettiva di urgente impegno per la pace, ma incentrava l’attenzione sulla guerra in Vietnam e sull’urgenza di porre fine a quella insensata e colpevole strage. Le quattro lettere sono tutte in FGLP, busta 162, fasc. 1, docc. 484, 485, 486, 487. La Pira si rivolse poi ancora al papa agli inizi del 1970 sempre con animo grato per segnalargli le necessità della ricostruzione, secondo un duplice intendimento: provvedere alla casa di Dio ( chiese, parrocchie) e alla casa dell’uomo ( botteghe artigiane, case popolari, edifici pubblici). Si vedano le lettere del 21 e del 24 gennaio 1967 in FGLP. Busta 162, fasc. 2, docc. 496 e 497.           
    16)  FGLP. La Pira a Paolo VI, 26 dicembre 1966, busta 162, fasc. 1, doc. 486: “ Che significa per Pietro dichiararsi cittadino di Firenze?”.      
    17)  Cfr. Colloquio di Paolo VI con la popolazione di Firenze. Basilica di S. Croce, vigilia del Santo Natale – Sabato, 24 dicembre 1966, in  www.vatican.va/holy­-father/paul – vi/speeches/1966. In quel breve saluto Paolo VI, quasi riecheggiando le espressioni di La Pira nel suo caldo invito a venire a Firenze, aveva detto salutando la città: “ Firenze! Esprimiamo fin d’ora il nostro affettuoso saluto. Lo esprimiamo qui dov’essa ha sofferto di più, dove le sue glorie storiche sono più documentate e più offese dall’immane alluvione, e dove il Popolo fiorentino, questo caro Popolo fiorentino merita maggiormente il Nostro paterno interesse. Siamo lieti ed onorati che Ci sia concesso, almeno per brevi ore, di considerarCi moralmente, anche mediante la Nostra presenza fisica, cittadini di Firenze, vostro concittadino, Fiorentini carissimi, vostro amico, vostro fratello e, in virtù del Nostro ministero apostolico, Padre vostro, e tanto a voi maggiormente uniti, quanto più grande è stata la prova per voi”.  
18)   FGLP. La Pira a Paolo VI, 29 dicembre 1966, busta 162, fasc. 1, doc. 487.
19)   Nelle lettere a Paolo VI del 12 febbraio, 14 febbraio, 27 febbraio, 30 giugno e 17 agosto 1970 La Pira ( FGLP. busta 163, fasc. 1, docc. 828, 835, 836, 854, 867), in stretta consequenzialità con l’idea della necessità di una catarsi universalistica per lui additata dalla passione alluvionale di Firenze e dalle sofferenze nelle guerre di quegli anni ed in connessione con la missione di Pietro, interpretò con entusiasmo l’impegno per la pace di papa Montini, sostenendone le iniziative e quasi storicizzandone l’azione in una visione utopica e al tempo stesso concreta. Il professore fiorentino in questi come in tanti altri scritti univa l’ardire di suggerire sempre ulteriori passi all’umile devozione al Vicario di Cristo.          
20)  Cfr. Vittorio Peri, La Pira Lazzati Dossetti. Nel silenzio la speranza, Studium, Roma 1998.
21) Ivi, in riproduzione fotografica tra le pp. 60-61.