Considerazioni sul governo delle città

 

Discorso all'Assemblea Nazionale della DC (22/4/1956)

Quando il nostro presidente sen. Zoli, ministro del Bilancio, e mio suddito, parlò di Palazzo Vecchio e del monogramma di Cristo che ne suggella misteriosamente l’ingresso, io vidi d’un tratto non solo Firenze, ma il panorama intiero delle città italiane, di tutte le città piccole e grandi, che sono qui da noi rappresentate. E mi vennero in mente alcune considerazioni che desidero comunicarvi: cioè una considerazione di natura religiosa, una di natura amministrativa e una di natura politica.
La prima, religiosa, è questa, e tra parentesi quando dico religiosa non intendo mai riferirmi ad un fatto soggettivo, ma ad un fatto oggettivo: ogni città, piccola o grande che sia, germinata in suolo cristiano, sbocciata come fiore dalla Chiesa, che ne costituisce la comunità essenziale (la frase è di Dossetti), è un mistero sul quale abbiamo il dovere di approfondire, proprio come amministratori, la nostra meditazione, perché non siamo razionalisti, siamo dei cristiani. Ogni città cristiana, piccola o grande, ignota o illustre, è sempre il riflesso del corpo mistico e ha a sua custodia, come la Chiesa da cui germoglia, un angelo tutelare.
La città cristiana, piccola o grande, ignota o illustre, entra nei piani di salvezza di Dio e di Cristo; ha essa pure una missione di grazia e di amore. Non bisogna mai dimenticare che queste città sono state edificate nei secoli passati e dalle generazioni passate, sopra i fondamenti della fede. E non solo valevole per il passato, ma valevole per il presente e avvenire. Hanno a loro base la roccia delle cattedrali, delle chiese, dei monasteri; sono state veramente concepite come specchio perfetto e laborioso della città di Dio; viste sotto questo angolo visuale, sotto questa luce di fede, appunto come specchio della celeste Gerusalemme, ognuna delle nostre città diventa veramente ai nostri occhi una perla preziosa che merita ogni attenzione e ogni fatica.
La seconda considerazione, amministrativa, è la seguente: per i cristiani che amministrano una città non è possibile, se vogliono essere coerenti con questa visione della città, prescindere dalla concezione di solidarietà organica che caratterizza appunto la città cristiana. Quindi i problemi del lavoro, dell’abitazione, della scuola, della assistenza e così via non possono essere sottratti a questo vincolo di unità e di solidarietà che li fa diventare problemi di ciascuno e di tutti. Dalla mensa comune nessuno può essere escluso.
So bene che a vedere le cose così, in questa luce, sorgono difficoltà immense, quasi insormontabili. E tuttavia bisogna riabituarsi, a poco a poco, a questa visione del bene comune, alla quale una concezione socìale individualistica ci aveva da tempo disabituati. Dobbiamo abituarci, noi amministratori, a vedere le cose in questa luce, ma più devono abituarsi a vederle i legislatori cristiani. Il principio dell’autonomia a cui si richiama la nostra dottrina sociale, altro in fondo non significa. Significa proprio fare in modo che il Comune sia una famiglia dalla quale nessuno può essere escluso.
Io lo so, che tra l’affermare queste cose, e il proporzionarle alla realtà, il passo è molto distante. Ma, signori amici, per concludere questo punto, mi dite come fate, se siete gli amministratori di una città cristiana, a prescindere dalle pene e dai problemi dei vostri amministrati?
È inutile dire: « Non c’è la legge »; fatela la legge.
Ed eccoci, per finire, al terzo punto, che è dì natura politica. Domando a voi: se le nostre città hanno questo mistero religioso nel loro profondo, sono perciò strutturate secondo una gerarchia di valori che va dai problemi dei lavoro e della casa sino ai problemi della contemplazione di Dio; se esse devono essere amministrate secondo questa visione solidaristica e fraterna che costituisce la espressione amministrativa di questa visione religiosa, mi dite come mai è possibile che sulla torre civica di qualunque delle nostre città o Comuni cristiani, possa essere innalzata una bandiera che porta una concezione strutturalmente anticristiana dell’esistenza individuale e collettiva? Questo è il problema politico.
Se è vero, come è vero, che nella sua strutturazione ideologica e concreta, il comunismo è dichiaratamente anticristiano, cioè rappresenta una concezione della vita, e quindi della città, che è in radicale antitesi con la concezione cristiana e con la civiltà cristiana, come mai sul frontone di Palazzo Vecchio o sul frontone dì qualunque palazzo comunale può essere fatta una iscrizione che è in antitesi con tale concetto? Il problema politico italiano, europeo, e del mondo, è questo: se sulle città devono essere issate le bandiere che portano questa visione cristiana dell’esistenza, oppure le bandiere che portano una visione dichiaratamente anticristiana dell’esistenza. La soluzione di questo problema spetta agli elettori italiani il 27 maggio.
Quindi mi pare che il problema politico è strettamente connesso tanto a quello religioso quanto a quello amministrativo. E la conclusione è questa, amici miei: bisogna che i nostri Comuni, piccoli o grandi, tornino ad essere per tutti gli uomini dei fari di speranza, di speranza religiosa, di speranza amministrativa e di speranza, nel senso più alto della parola, cristiana e positiva: una città ordinata per il bene di ciascuno e di tutti.
L’augurio è questo: che veramente il popolo italiano, consapevole delle sue responsabilità, delle sue tradizioni e della sua missione, risponda in maniera positiva all’impegno che esso assumerà votando il 27 maggio.