Il valore delle città

 

Il valore delle città

Discorso al Comitato Internazionale della Croce Rossa a Ginevra (12/4/1954)

 

 

 

Signor Presidente, signori Esperti,

quando Ella, signor Presidente, ebbe l’amabilità di invitarmi a questa sessione del Comitato Internazionale della Croce Rossa, io fui lì per lì incerto sulla risposta: « andare, non andare? ». Quale titolo - mi dicevo - può legittimare la mia partecipazione ad un comitato di esperti impegnati in un compito così esattamente definito dalla tecnica del diritto internazionale e dalla tecnica assistenziale e militare?

Ma i miei dubbi furono vinti quando Lei, Eccellenza, ebbe la bontà di richiamarmi alla mia qualità di Sindaco di una città - Firenze - che ha un posto certamente elevato ed essenziale nella struttura della intiera civiltà umana e che porta ancora i segni di ferite, mai più rimarginabili, ad essa - e con essa all’intiera civiltà umana - inutilmente inflitte durante la seconda guerra mondiale.

Quel Suo richiamo, Eccellenza, posto in rapporto con i lavori di questo Comitato, per un verso, e con le recenti apocalittiche esperienze distruttive, per l’altro verso, non poteva non proporre alla mia mente i termini dei più drammatico, certamente, dei problemi della storia presente: il problema, cioè, del valore storico e del destino storico delle città e quello, correlativo, delle responsabilità storiche che a quel valore ed a quel destino sono strutturalmente connesse.

Quel Suo richiamo, Eccellenza, operò su di me l’effetto che la terminologia ascetica designa col nome di « composizione di luogo »: rividi, cioè, con l’immaginazione la mia dolce e misurata ed armoniosa Firenze rividi, quasi con uno sguardo solo, tutte le belle e storiche città e cittadine toscane ed italiane; volsi lo sguardo a tutte le incomparabili città d’Europa tessute di cattedrali e di monumenti di valore inestimabile, vere rifrazioni di eternità nel tempo, di divino nell’umano; passai, con l’immaginazione, dalle città di Europa alle città parimenti preziose di tutti gli altri continenti (America, Asia, Australia, Africa): e mi domandai inorridito: - è mai pensabile che questa reale « ricchezza delle nazioni », che queste essenziali strutture della civiltà umana - strutture nelle quali trovano espressione i valori storici e creativi dell’uomo e, in certo senso, gli stessi valori storici e creativi di Dio - possano essere radicalmente eliminate dalla faccia della terra?

Eppure, la possibilità di questo sradicamento totale delle città umane dalla faccia della terra è ormai inequivocabilmente dimostrata: poche bombe all’idrogeno lanciate sopra pochi punti del globo possono ridurre la terra ad un deserto... transivi et ecce non erat!

Le parole del Vangelo, che erano sembrate a qualche critico esagerazioni religiose, diventano oggi quasi teoremi di fisica nucleare e di scienza e di prassi militare:... « ma in quei giomi, dopo quella tribolazione, si oscurerà il sole e la luna non darà più la sua luce e cadranno le stelle dei cielo e le forze dei cieli si sommuoveranno » (S. Marco XIII, 24-25).

Dopo questa « composizione di luogo » la mia decisione non poteva che essere una sola: venire.

A che titolo? Non certo come esperto di problemi di tecnica giuridica internazionale e neanche di tecnica sanitaria o assistenziale o militare; no; ma proprio come Sindaco e responsabile, in certo senso, di una delle città essenziali del mondo: e, in certo modo, come tacitamente investito della responsabilità e della rappresentanza di tutte le città della terra, grandi e piccole, storiche e non storiche, artistiche e non artistiche; poste su tutti i continenti e sopra tutti i punti della terra.

Ecco, Eccellenza, il titolo che legittima la mia presenza.

Presente, ma per dire che cosa? Per portare quale messaggio?

La risposta è precisa: la mia dolce, misurata ed armoniosa Firenze, creata insieme dall’uomo e da Dio, per essere come città sul monte, luce e consolazione sulla strada degli uomini, non vuole essere uccisa!

Questa medesima volontà di vita affermano, con Firenze, in virtù di un tacito mandato conferito al Sindaco di Firenze, tutte le città della terra: città, ripeto, capitali e non capitali; grandi e piccole; storiche e non storiche; artistiche e non artistiche: tutte! Esse proclamano unanimi il loro inviolabile diritto all’esistenza: nessuno ha il diritto, per qualsivoglia ragione, di ucciderle:.

E mi siano qui consentite - signor Presidente, signori Esperti, - alcune brevi riflessioni. Quando dico che tutte le città della terra, davanti al reale pericolo di una condanna a morte, proclamano unanimi il loro inviolabile diritto all’esistenza, io non faccio della retorica e non faccio del nominalismo: non uso cioè parole ed immagini cui non corrisponda una solida realtà.

No, uso parole ed immagini fatte per esprimere una realtà non meno solida per il fatto che non sia chiaramente percepibile. Le città hanno una vita propria: hanno un loro proprio essere misterioso e profondo: hanno un loro volto: hanno, per così dire, una loro anima ed un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietra: sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio: Gloria Domini in te videbitur.  Non per nulla il porto finale della navigazione storica degli uomini mostra, sulla riva dell’eternità, le strutture quadrate e le mura preziose di una città beata: della città di Dio! Jerusalem quae aedificatur ut civitas cuius partecipatio eius in idipsum, come dice il Salmista.

La rivelazione dell’Antico e del Nuovo Testamento - ed in genere tutte le più grandi tradizioni religiose dell’umanità - ci assicurano della protezione angelica che si esercita come sui singoli uomini, così sulle singole città.

La nostra disattenzione a questi valori di fondo, che dànno invisibilmente ma realmente peso e destino alle cose degli uomini, ci ha fatto perdere la percezione del mistero delle città: eppure questo mistero esiste e proprio oggi - in quest(o punto così decisivo della storia umana - esso si manifesta con segni che appaiono sempre più marcati e che richiamano alla responsabilità di ciascuno e di tutti.

Signor Presidente, signori Esperti: è un fatto incontestabile quello che sta svolgendosi sotto i nostri occhi: un fatto di un valore storico e sintomatico senza dubbio eccezionale: siamo entrati, per così dire, nell’epoca storica delle città; nell’epoca storica che prende nozione, volto e nome dalla « cultura delle città ».

È inutile citare qui la letteratura indicativa di questo fatto così essenziale; non è solo letteratura urbanistica (basti per tutti il libro di Mumford): è letteratura storica, politica, metafisica, mistica anche; e c’è tutta una sintomatica di fatti che si rivela in mille modi: si pensi al fermento così vivo che anima - legandoli fra di loro - i comuni d’Europa; si pensi all’interesse crescente che destano le « biografie » delle città più significative (di recente ho letto una biografia sulla « Sainte Moscou » nel sec. XIX); si pensi alle correnti di pensiero giovanile orientate appunto verso l’intuizione del valore culturale e politico delle città.

Tutto questo è innegabile: la cultura della città, la metafisica della città, è divenuta in qualche modo centro nuovo di orientazione dell’intiera meditazione umana. È la nuova « misura » dei valori: la storia presente, e più quella futura, faranno uso sempre più largo di questo metro destinato a ridare misura umana a tutta la scala, già così sconvolta, dei valori.

Ebbene: questa epoca delle città nella quale siamo entrati coincide, per un misterioso paradosso della storia, proprio con l’epoca nella quale la contemporanea distruzione delle città può essere l’affare di pochi secondi! Non è ormai un sogno: entra nella zona delle cose possibili: nello spazio di poche ore la civiltà umana potrebbe essere radicalmente privata di Firenze e di tutte le capitali del mondo.

Tutti si chiedono: - che sarebbe il mondo umano privato di questi centri essenziali, di queste fontane insurrogabili, di questi fari creatori di luce e di civiltà?

Ecco il problema fondamentale dei nostri giorni: il quale ha anche una sua precisa impostazione giuridica. È la seguente. Hanno gli Stati il diritto di distruggere le città? Di uccidere queste « unità viventi » - veri microcosmi nei quali si concentrano valori essenziali della storia passata e veri centri di irradiazione di valori per la storia futura - con le quali si costituisce l’intiero tessuto della società umana, della civiltà umana? La risposta, a nostro avviso, è negativa.

Le generazioni presenti non hanno il diritto di distruggere un patrimonio a loro consegnato in vista delle generazioni future!

Si tratta di beni a loro pervenuti dalle generazioni passate e rispetto ai quali esse hanno la veste giuridica di eredi fiduciari: i destinatari ultimi di questa eredità sono le generazioni di domani (et hereditate acquirent eam).

Siamo in presenza di una fattispecie che i romani designavano come sostituzione fidecommissaria: in presenza cioè di un fidecommesso di famiglia destinato a perpetuare nel seno del gruppo familiare l’esistenza di un bene determinato. Ne domus alienaretur, sed ut in familia relinqueretur (Cfr. D. 31. 32 p. 6) come Papiniano dice.

Ecco definita con incisiva chiarezza la posizione giuridica degli Stati e delle generazioni passate: ne domus alienaretur sed ut in familia relinqueretur! Nessuno ha il diritto di distruggerle: devono essere custodite, integrate e ritrasmesse: non è cosa nostra, è cosa altrui: siamo nella stretta orbita della giustizia: neminern laedere, suum unicuique tribuere.

Ecco definita la veste giuridica che legittima la mia presenza qui: sono venuto per affermare il diritto all’esistenza che hanno le città umane: un diritto di cui siamo titolari noi delle generazioni presenti, ma più ancora quelli delle generazioni future. Un diritto il cui valore storico, sociale, politico, culturale, religioso si fa tanto più grande quanto più riemerge, nella attuale meditazione umana, il significato misterioso e profondo delle città. Ogni città è una città sul monte, è un candelabro destinato a far luce al cammino della storia.

Nessuno - senza commettere un crimine irreparabile contro l’intiera famiglia umana - può condannare a morte una città!

Ed ecco allora, signor Presidente, signori Esperti, ciò che io chiedo in veste quasi di « procurator » di tutte le città sulle quali pesa la minaccia tremenda di una condanna simile: chiedo che questo diritto delle città all’esistenza sia formalmente e solidalmente riconosciuto dagli Stati che hanno il potere di violarlo; chiedo, anche a nome delle generazioni venture, che i beni di cui esse sono destinatarie non siano distrutti: ne civitas destruetur. E perché questo fine sia raggiunto chiedo che intanto siano formalmente riconosciute dagli Stati responsabili località e zone essenziali per l’esistenza stessa della civiltà umana, e perciò sottratte, a priori, a ogni minaccia mortale di azione bellica.

Grazie, signor Presidente e signori Esperti, per quanto voi farete per tradurre in termini di tecnica giuridica la richiesta che io presento: il problema, voi lo vedete, è davvero la magna quaestio del tempo presente.

Risolverlo in senso positivo significa avere salvato l’umanità intiera dalla sua sicura rovina.

Iddio vi assista in quest’opera così determinante per la salvezza degli uomini!