Le nostre responsabilità dinanzi alle dure realtà sociali

Le nostre responsabilità dinanzi alle dure realtà sociali

Intervento di La Pira al terzo Convegno nazionale di studio dell’Unione giuristi cattolici italiani, tenutosi a Roma sul tema

« Funzioni ed ordinamento dello Stato moderno » (14/11/1951)

 

Io mi metterò da un punto di vista assolutamente pratico, voglio prescindere da tutte le posizioni teoriche e, dato il mio tema, Cristianesimo e Stato, mentre parlava lei, professor Carnelutti, mentre parlavano Dossetti e gli altri amici che mi hanno preceduto, non potevo fare a meno - porto con me certi pensieri - di aver davanti a me il seguente panorama (ed è anche per questo panorama che sono venuto a Roma).

A Firenze, il pretore Bernardini mi scrive lettere dalla mattina alla sera; ci sono cinquecento sfratti, cioè gente che ormai deve andar via e non c’è a Firenze una stanza disponibile, almeno per ora. Stiamo tentando di costruire tremila appartamenti, ma ci vuole tempo e... ci vogliono i denari. Tremila appartamenti sono quattro miliardi, per i quali tenterò l’assalto a qualche cassa. L’ufficio di collocamento segna novemila disoccupati a Firenze; c’è la prima categoria, costituita da operai che hanno perduto il lavoro e cercano nuovo lavoro; la seconda categoria costituita dai giovani che per la prima volta lavorano; la terza, dai pensionati; la quarta, da quelli che già hanno un lavoro ma ne cercano un altro. Nelle prime due categorie, tutto sommato, Firenze avrà un minimo di quattromila disoccupati, senza contare una certa disoccupazione cosiddetta intellettuale, che non si vede o che è almeno poco visibile, e che è la più acuta e la più grave. Questa gente viene da me. lo ho dovuto far mettere un sigillo alla mia porta, per non far entrare nessuno: altrimenti non si lavora. E cerco dall’amico Rubinacci delle formule di lavoro.

Vi è poi l’assistenza, che è anche un dramma. Firenze presenta, fatti i calcoli, almeno l’otto per cento di gente che ha il libretto di miserabilità; una situazione veramente grave. Poi vi è il problema delle scuole. Ma fissiamo questi tre punti: la casa, il lavoro e l’assistenza.

Poi, la sera vado a letto. Come?

Una volta, quando ero più giovane e non avevo questi contatti, magari facevo delle preghiere più lunghe e più belle, più affettuose, al Signore; e anche un esame di coscienza più approfondito e più acuto, ma sempre su cose che riguardavano me, in certo modo: se avevo pregato Dio, se avevo detto qualche parola poco delicata nei confronti di un mio amico. Adesso sono diventato d’una coscienza dura, perché ormai mi stizzisco dalla mattina alla sera, ed anche mi arrabbio. E la sera affiora nel mio esame di coscienza questa popolazione che aspetta di avere la casa, di avere il lavoro dal quale dipende la sua vita fisica e spirituale, o di avere la streptomicina. Dico: « Signore, perdonatemi che m’arrabbio », tuttavia resta viva quell’altra cosa nella mia coscienza. E capisco che, effettivamente, se avessi esercitato più amore e più intelletto nel ricercare gli strumenti, forse avrei dovuto avere qualche occupato di più, qualche casa di più e qualche medicina di più e qualche consolazione di più. Quindi, questo esame di coscienza si sposta da me agli altri.

E non solo. Feci anche una certa esperienza al Ministero del Lavoro, e a un certo punto mi si aprì uno spettacolo che prima non conoscevo. C’era anche Mortati quando facemmo... quella cosa, la Costituzione. Fu una esperienza interessante. C’era la prima Sottocommissione... Ma se ora faccio il confronto fra quella esperienza, più limitata, e l’esperienza di dopo al Ministero del Lavoro e quella successiva come Sindaco di una città, vedo che quando scrivevo certi miei articoli, molto belli, ero ancora un poco ingenuo, consideravo le cose da un punto di vista teoretico, senza conoscere nella realtà i fenomeni della vita nazionale e mondiale. Invece, al Ministero del Lavoro fui improvvisamente messo a contatto con le correnti dei lavoratori, occupati e disoccupati. E poi il problema si è allargato. Dovetti studiare i problemi a dimensione mondiale, per rendermi conto di quel che la disoccupazione fosse. Prima credevo si trattasse di uno che è disoccupato. Ad un certo punto si scopre, si afferra un’idea... prof. Carnelutti, lei ci è maestro... Ad un certo punto mi accorsi -non mi accorsi io! ci sono gli studi fatti, le osservazioni statistiche - che si trattava di una patologia del sistema nazionale e internazionale, un grande fatto che ha una sua logica, una sua struttura, una sua terapia. E quindi - tornando al mio esame di coscienza - la sera non posso fare a meno di certe riflessioni. Cerco di dire: « ma va, il mondo si aggiusta da sé », però, effettivamente torno a guardare lo spettacolo che ho visto durante il giorno e poi penso al giudizio finale. Che cosa ci posso fare?

I casi sono due: che ci sarà il giudizio finale o è vero o non è vero. E siccome è vero, mi ricordo allora che per quel giudizio finale sta scritto chiaramente così: « Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, fui senza tetto e mi hai ospitato, fui malato e mi hai visitato ». Aggiungo: « Fui disoccupato e mi hai occupato ».

C’è nel Vangelo; non ricordo il punto dov’è scritto, ma nel Vangelo c’è. E c’è poi questa cosa ancora più curiosa: nel testo del giudizio finale si dice così: « Tutte le genti erano presenti ». Questo spettacolo totale...

Non un solo assente! t un giudizio per quanto concerne tutti e ciascuno.

Questa ripercussione totale! E dico: « quando il Signore, amico mio, ti chiamerà... Lei, signor La Pira, lei che cosa ha fatto? ».

Io gli devo rispondere: di quando ero studente, secondo quel che ero da studente; di quando fui professore, secondo quel che fui da professore. E sempre in relazione a quel metro. Prendo il metro e misuro: quand’ero ragazzo, quand’ero giovinetto, quand’ero professore di diritto romano, quand’ero alla Costituente, e poi Sottosegretario al Lavoro, e Sindaco di Firenze. La storia è sempre la medesima, il metro è sempre quello: devo sempre rispondere « sì » a certe domande.

È un punto drammatico! Evidentemente, se ho dato qualche lira ad un mio fratello, rispondo di quella lira, ma grado a grado che sale la funzione, sale la responsabilità. Quindi: che cosa hai fatto in quanto membro della Costituente per risolvere un certo problema? Che cosa hai fatto in quanto membro del Governo... o sottogoverno? ma è la medesima cosa. Che cosa hai fatto come Sindaco di Firenze? E quindi questo esame di coscienza, reale, che lo devo fare la sera, e quindi questo ingrezzirsi della vita interiore, per dir così. C’è l’interesse dei miei fratelli... è come la mamma di cui ha bisogno il bambino. Qualche volta la mamma dà qualche scapaccione, ma viene dall’amore! Diventa più gretta la vita interiore... Però questo problema è sempre davanti a me. E sapete perché? Perché ricevo sempre lettere in argomento. Letteracce. Giusto! Me ne ricordo una, giorni fa, una a cui per caso non risposi. Risposi con ritardo. « Ma lei fa finta di chiamarsi cristiano? lo le imploro da tanto tempo questa cosa. Lei che è Sindaco, che ha tanti libri in mano, che cosa fa? Ne parli col suo Governo! ».

E quindi pongo a me stesso sempre questo problema: il cristianesimo e la vita pubblica.

Esiste una crisi. E sapete che cosa è la crisi? La crisi è una cosa semplice. Il diritto è come il vestito: voi dovete proporzionarlo al corpo che esso è destinato a coprire. Quando questo diritto diventa un vestito che non è proporzionato a questo corpo, succede la rivolta, si sfascia ogni cosa. (....)

Ora, il corpo sociale presenta delle novità, perché il problema della disoccupazione mai prima si era in tal misura conosciuto. Oggi, specie da venti anni a questa parte, questo problema è conosciuto come noi lo conosciamo. Del problema della casa prima nessuno parlava. Oggi è sorta, come punto di maturazione storica, frutto del cristianesimo, la persona umana che esprime delle esigenze nuove, un valore nuovo, ed esige un clima nuovo. Ora, lo Stato, questa architettura giuridica che è lo Stato, non si proporziona più alla realtà sociale, secondo quel che direttamente o indirettamente il Vangelo detta. Vi sono cose nuove: l’occupazione, la casa, i bisogni familiari, il pane. Per tutti: non c’è niente da fare, sono cose nuove, e a queste cose nuove bisogna proporzionare un abito nuovo.

Vino nuovo in otri nuovi. Questo è il dramma contemporaneo. Ora, quando colui che viene da me mi dice: « Lei è un Sindaco? » « Sì ». « Deputato? » « Sì ». « Anche Sottosegretario? » « Sì ». « E allora, perché non si spara se non è capace di darmi lavoro! »... Sono cose che mi lasciano perplesso. Cerco di studiare, e la conclusione è questa: bisogna fare tutti questo sforzo gigantesco, tutti i cristiani che costituiscono la classe dirigente. Tanto, comunisti non si può essere, perché è radicaIamente ateo il movimento; liberali non si può essere neanche, perché è finita, perché ci vuole questa architettonica diversa, con architetti diversi. Né architetti comunisti, né architetti liberali. C’è in Inghilterra il liberalismo di sinistra che ha eleborato la politica del pieno impiego con’’ i relativi istituti giuridici e finanziari. Bisogna fare un nuovo vestito, che deve essere proporzionato alla persona umana, il che significa fondare in tutti il rispetto della persona umana medesima. Questa è la dimensione mondiale del problema. Non è più il problema dell’Italia, dell’Inghilterra, della Cina, del Giappone. Tutti chiedono ormai questa cosa. Ho letto alcuni rapporti sulle condizioni della Cina, del Giappone, della Birmania. Ho letto delle calorie con le quali vivono, o non vivono, un miliardo e mezzo di uomini: situazioni della sottoccupazione nei paesi che hanno un’economia essenzialmente agricola. Per quanto questi numeri possano essere sbagliati, questi grandi numeri rivelano situazioni concrete: se raffrontate il reddito individuale di un americano, di un italiano e di un birmano, rimanete a bocca aperta. Questo è il problema: cristianesimo e Stato: il cristianesimo che abbraccia il mondo intero nessuna creatura esclusa.

C’è il testo di San Tommaso: « quanto è estesa nello spazio la Chiesa ». Non c’è nessun uomo che sia escluso dalla comunione con Cristo, battezzato o non battezzato, per il fatto che la natura umana è stata a lui unita.

Quindi, la conclusione. Il cristianesimo è questo: siamo invitati tutti noi a fare il nostro esame. C’è un testo di San Giovanni Crisostomo che dice: « Iddio chiederà conto di tutto il mondo, a te ». E ciascuno di noi, nella posizione in cui si trova, e soprattutto se appartiene alla classe dirigente (deputato, senatore, ministro), deve fare in modo, che, fallita la precedente architettura liberale dello Stato (non parlo dell’architettura medioevale che è una cosa di interesse estremo), fallita quella comunista, perché comprime la creatura (è il piano esecutivo che distrugge ogni iniziativa), si realizzi quella architettura che fa di ogni Stato il membro della comunità degli Stati e di tutti i problemi - economici, finanziari, tecnici, artistici, eccetera - il problema di tutti gli uomini e della comunità degli uomini. Ora, quando abbiamo fatto tutto il possibile perché tutti siano in qualche modo elevati, il compito è esaurito; ma questo minimo è indispensabile. Sono problemi maturati, cui occorre una soluzione.

Dunque, amici miei: la crisi esiste, la crisi è di grandi dimensioni. Consiste nell’esigenza di un proporzionamento fra il diritto attuale e la realtà dei corpo sociale. E quindi, bisogna proporzionare a questa, un’architettura nuova ed una veste nuova: compito che è dello Stato attraverso le articolazioni dei corpi minori, compito che è dello Stato e degli Stati che reggono la finanza e che ad essa danno un obiettivo. E questo obiettivo deve essere: per ogni uomo il rispetto del suo valore, per ciascuna creatura la possibilità della moltiplicazione dei propri talenti.